Molte spedizioni hanno già tentato di conquistare il K2 in inverno. L’ambiente alpinistico distingue l’inverno di calendario, che dura fino al 21 marzo, dall’inverno meteorologico, che termina alla fine di febbraio. La vetta resta ancora inviolata secondo l’una o l’altra definizione di inverno e continua ad attendere una spedizione abbastanza fortunata e coraggiosa da conquistare uno dei grandi risultati dell’alpinismo moderno.
Sono partito da casa il 3 gennaio 2020 e il giorno seguente sono arrivato a Islamabad. I collegamenti aerei con Skardu, capitale del Gilgit-Baltistan dove attende anche il K2, in inverno sono scarsi e soltanto occasionali; siamo quindi volati a Gilgit, che dispone di collegamenti regolari, e da lì abbiamo proseguito verso Skardu su cattive automobili lungo la Karakoram Highway invernale. A causa della neve, dei lavori stradali e soprattutto degli pneumatici estivi consumati e dei guasti alle auto, il viaggio durò 16 ore nonostante la distanza fosse di soli 180 km. Durante il tragitto cambiammo anche automobile; pure quella sostitutiva era senza riscaldamento e mezza aperta, cosa poco piacevole a venti gradi sotto zero.
A Skardu aspettammo per cinque giorni il capo Mingma G e l’alpinista Gao Li, che sarebbero stati in ritardo perché il visto non era stato preparato in tempo. Il viaggio verso Askole, in inverno e con i problemi di trasporto già descritti, fu “interessante” e, secondo gli standard europei, pericoloso per la vita. Ad Askole, l’ultimo villaggio prima del Baltoro, aspettammo di nuovo troppo a lungo, presumibilmente a causa dei portatori pakistani, benché fossimo già in ritardo di alcuni giorni.
Camminammo per nove giorni fino al campo base, avanzando in alcuni punti in oltre un metro di neve, con temperature costantemente molto sotto lo zero, e raggiungemmo la meta il 22 gennaio 2020. Montammo il campo base molto in basso, addirittura a sei chilometri dai piedi della montagna, persino più in basso della zona in cui vengono allestiti i campi base estivi, nonostante l’opposizione di John Snorri, che era stato il principale promotore della salita invernale.
Dopo un giorno di riposo iniziammo la salita. Concludemmo la prima rotazione più o meno all’ABC, situato proprio ai piedi della via degli Abruzzi, che era anche la nostra via. La seconda rotazione terminò al C1 (primo campo d’alta quota, 6.000 m), fino al quale riuscimmo anche a fissare le corde. Mingma G e Gao Li, senza alcun preavviso e senza informare gli altri partecipanti, decisero allora di dormire al C1 e tornarono il giorno seguente con “brutte” esperienze. Mingma G annunciò che probabilmente non sarebbe più tornato sulla montagna, sostenendo che faceva troppo freddo e che temeva anche per i suoi tre sherpa, considerati tra i più esperti al mondo. Tutti avevano già “all’attivo” diverse salite all’Everest, il Lhotse in inverno, l’Annapurna, il Kanchenjunga…
Per gli sherpa la terza rotazione terminò poco sopra il C1 e dopo una notte trascorsa al C1, ancora una volta con l’argomento del freddo eccessivo. Snorri e io continuammo da soli il lavoro sulla montagna, fissando le corde quasi fino al C2, poco sotto i 6.700 m, e dormimmo sulla montagna per due notti consecutive senza i problemi che, secondo loro, sarebbero stati peggiori del previsto.
Due giorni dopo la terza rotazione, Mingma G ordinò la propria evacuazione per un presunto malessere e per la preoccupazione di Gao Li riguardo al coronavirus nel suo paese, benché fosse chiaro che Gao non avrebbe potuto rientrare immediatamente in Cina a causa della quarantena e potesse restare costantemente in contatto con casa tramite telefono satellitare. Non riuscimmo a stabilire una connessione internet a causa di un guasto al ricevitore satellitare Thuraya. Mingma G avrebbe dovuto pagare personalmente l’evacuazione, e ce lo confermò, perché i nepalesi non hanno possibilità di assicurarsi per il soccorso a causa dei troppi raggiri e abusi delle compagnie assicurative in passato. L’evacuazione viene sempre effettuata con due elicotteri, quindi ci sono sei posti disponibili e il prezzo resta lo stesso indipendentemente dal numero di occupanti. Anche gli altri membri della spedizione ebbero così la possibilità di essere trasportati. Teoricamente la spedizione era conclusa, perché senza il capo e un membro le possibilità di successo si erano ridotte notevolmente. Se non avessimo sfruttato questa possibilità di trasporto, ci sarebbe comunque aspettato un nuovo percorso attraverso il Baltoro senza aver raggiunto la vetta, e quindi un’ulteriore inutile perdita di tempo.
Nonostante tutto, Snorri era ancora deciso a restare sulla montagna, così al momento della chiamata per l’evacuazione nemmeno io sapevo ancora che decisione avrei preso. La stessa mattina in cui una parte della spedizione avrebbe dovuto volare a valle, Snorri chiese ai tre sherpa rimasti di iniziare a rifornire il C1 e, se possibile, il C2 con ossigeno e tende supplementari. Partirono, ma già dopo due ore comunicarono che uno degli sherpa si era ferito e che tutti e tre stavano tornando al campo base. Il ferito percorse da solo sei chilometri di terreno difficile, il che dice qualcosa sulla “gravità” della lesione; nonostante ciò decidemmo che sarebbe tornato a valle in elicottero, già chiamato e previsto per quel pomeriggio. Gli immobilizzammo la gamba. Verso mezzogiorno Mingma G annullò l’evacuazione sostenendo che costava troppo, ma io lo misi di fronte al fatto: «Se lo sherpa può camminare, resterà qui e la spedizione continuerà. Se non può camminare, ha bisogno di un elicottero, perché nelle condizioni invernali non sarà in grado di attraversare il Baltoro sulla via del ritorno». Dopo l’annullamento dell’annullamento, l’elicottero arrivò comunque e tutti, compreso Snorri, tornammo dalla montagna quel giorno, perché con una squadra così ridotta anche le possibilità teoriche di successo erano drasticamente diminuite, se non diventate impossibili.
Nessuno dei due evacuati d’urgenza (Mingma G e lo sherpa) ebbe bisogno di cure mediche in Pakistan, anche se le assicurazioni coprono tali cure per i nepalesi. Forse un giorno sapremo quanto fosse realmente malato Mingma G e quanto fosse realmente ferita la gamba dello sherpa (lo sherpa, infatti, non zoppicava quando pensava che non lo stessimo osservando).
Gli eventi descritti fanno sorgere il sospetto che la spedizione sia stata interrotta deliberatamente; non sappiamo perché. Il sospetto è sostenuto anche dal fatto incontestabile che i visti degli sherpa scadevano alla fine di febbraio. Considerando le condizioni descritte sul Baltoro e sulla strada del Karakoram, avrebbero quindi dovuto lasciare il campo base almeno dieci giorni prima, proprio nel momento in cui il periodo utile per un tentativo di vetta sarebbe appena iniziato.
Di solito evito l’espressione “spedizione commerciale”, perché finora non ho ricevuto una spiegazione convincente del perché una spedizione debba essere considerata classica e un’altra commerciale, visto che tutte utilizzano gli stessi portatori e sherpa locali, le stesse agenzie locali e personale militare. Con questa spedizione, però, non riesco a liberarmi dalla sensazione che sia servita davvero soltanto agli obiettivi commerciali di alcune persone. Spero che un giorno Snorri e io riceveremo una spiegazione soddisfacente che renda logicamente comprensibili gli eventi sulla montagna, perché le scuse sul freddo eccessivo semplicemente non basteranno. Le persone presenti erano preparate alle condizioni meteorologiche, che durante questa spedizione furono migliori del previsto. Tutti i membri della spedizione erano già stati almeno una volta sul K2 e avevano alle spalle almeno alcuni ottomila, dato sufficiente a dimostrare la nostra preparazione. Le condizioni meteorologiche quell’anno furono sorprendentemente buone: al campo base il vento non superò mai i 20 km/h e sulla montagna, almeno alla quota raggiunta, mai i 40 km/h. Il prezzo della spedizione era troppo alto perché potessimo accontentarci della spiegazione data finora da Mingma G, basata su ridicole “coincidenze” che in una spedizione tanto seria non sarebbero mai dovute accadere.
Di solito evito l’espressione “spedizione commerciale”, perché finora non ho ricevuto una spiegazione convincente del perché una spedizione debba essere considerata classica e un’altra commerciale, visto che tutte utilizzano gli stessi portatori e sherpa locali, le stesse agenzie locali e personale militare. Con questa spedizione, però, non riesco a liberarmi dalla sensazione che sia servita davvero soltanto agli obiettivi commerciali di alcune persone. Spero che un giorno Snorri e io riceveremo una spiegazione soddisfacente che renda logicamente comprensibili gli eventi sulla montagna, perché le scuse sul freddo eccessivo semplicemente non basteranno. Le persone presenti erano preparate alle condizioni meteorologiche, che durante questa spedizione furono migliori del previsto. Tutti i membri della spedizione erano già stati almeno una volta sul K2 e avevano alle spalle almeno alcuni ottomila, dato sufficiente a dimostrare la nostra preparazione. Le condizioni meteorologiche quell’anno furono sorprendentemente buone: al campo base il vento non superò mai i 20 km/h e sulla montagna, almeno alla quota raggiunta, mai i 40 km/h. Il prezzo della spedizione era troppo alto perché potessimo accontentarci della spiegazione data finora da Mingma G, basata su ridicole “coincidenze” che in una spedizione tanto seria non sarebbero mai dovute accadere.





