Forse questo racconto di ricordi ed esperienze dalla terza vetta più alta del mondo sarà un po’ diverso dai due precedenti. Non sarà pieno dei problemi che ho affrontato ad alta quota con il maltempo, il freddo, la fame, la solitudine… Gli eventi sull’ultimo ottomila che mi ha aperto le sue porte sono stati molto simili a quelli dei due precedenti, perciò una semplice storia della salita e della discesa sarebbe noiosa.
Per un’inaspettata coincidenza mi sono ritrovato sul Kangchenjunga in una squadra prevalentemente femminile, che nel complesso ha avuto molto successo. Ho avuto l’onore di raggiungere la vetta insieme alla prima messicana, giapponese, ceca e svizzera a salire questa montagna. Alpiniste professioniste o semiprofessioniste, alle quali posso attribuire una preparazione fisica e psicologica eccellente, esperienza e correttezza verso i compagni di cordata. Le donne citate non hanno figli né famiglia, tranne una, che a casa aveva ad aspettarla due bambini delle scuole elementari. Era il suo primo tentativo sulla montagna e, mentre scrivo queste righe, è già diretta al K2, che l’ha respinta due volte. Ascoltando la storia della sua vita, fatta di successi professionali e sportivi, sulla base di radicate concezioni arcaiche l’ho etichettata tra me e me come anormale, quasi pazza, perché aveva praticamente lasciato i figli a casa affidandoli al marito e alla sorella, mentre lei viaggia continuamente per il mondo e sale sulle vette dell’Himalaya (è stata anche la prima donna del suo paese a conquistare l’Everest dal versante nord). Quando per lunghe ore fissavo il soffitto della tenda, che tremava sotto il vento impietoso, mi sono reso conto di avere anch’io un rapporto altrettanto cattivo con la mia famiglia e, cosa peggiore, fino ad allora avevo ritenuto che un uomo e un padre avesse più diritto a simili azioni di una donna, cioè di una madre.
Il trekking nelle foreste pluviali del Nepal orientale, quando tutti potevamo soltanto sperare che smettesse di piovere, è stato un’esperienza nebbiosa e bagnata senza paragoni. Mentre mi staccavo le sanguisughe con mozziconi di sigaretta e mi avvolgevo in un sacco a pelo umido, la nostalgia di casa ha cominciato lentamente a rodermi. Quella sensazione che conoscevo così bene si insinua subdolamente, come la sera con la sua solitudine, e corrode pericolosamente la speranza di raggiungere l’obiettivo della spedizione. Nei momenti di impotenza, egoisticamente, mi rivolgo per prima cosa a mia moglie, che sa sempre come affrontare un problema. Le parole calorose che, nella foresta sotto la montagna, potevano raggiungermi solo via satellite hanno riscaldato la mia anima solitaria come un tè caldo e mi hanno restituito la speranza nel successo. Non avevo mai pensato che anche lei, a casa, potesse aver bisogno di parole simili. Certo, lei non ha freddo, non è bagnata, ha un tetto sopra la testa e un frigorifero pieno di cibo, ma non c’è nulla di peggio della solitudine e del sentire la mancanza di qualcuno lontano. Allora chi sta peggio, io o lei? In spedizione mi occupo soltanto di me stesso e della mia sopravvivenza; lei si occupa anche dei bambini e, cosa più difficile, fa in modo che i bambini non si preoccupino. Sarei io capace di mettermi nei suoi panni? Più cerco una risposta, più sono convinto di no. Saprei frenare la mia gelosia guardando immagini di lei in compagnia di aitanti colleghi alpinisti dall’altra parte del mondo? Probabilmente ancora meno.
Il campo base del Kangchenjunga si trova a 5.500 metri sul livello del mare ed è quindi il campo base più alto del mondo. Questa isola solitaria di tende gialle, circondata da montagne splendide come Jannu e Yalung Kang, questa volta ospitava una ventina di tende personali, una doccia e servizi igienici separati, oltre a due cucine. La squadra Seven Summits, alla quale mi sono unito questa volta, contava sette membri e altrettanti sherpa. Il capo Dawa, la persona più giovane ad aver scalato tutti i quattordici ottomila senza ossigeno supplementare e ancora oggi “oggetto” di studi sulla malattia d’alta quota, si è unito a noi un po’ più tardi, quando la cosa si è fatta “seria”. Al campo base c’erano anche i membri della prima spedizione nazionale indiana al Kangchenjunga, convinti che la montagna fosse sacra e che le donne non dovessero stare al campo base. Curiose dispute tra i capi delle squadre arrivarono al punto da proporre perfino la revoca dei permessi al nostro gruppo. Alla fine perfino gli dèi dovettero mandare loro un messaggio e, come si addice agli dèi, chiaro e crudele. Due indiani morirono sotto la vetta; il mal di montagna offuscò loro la mente e l’ossigeno arrivò troppo tardi. Molti altri riportarono gravi congelamenti e conseguenze irreversibili. Con la nostra squadra furono clementi e permisero a tutti di arrivare in vetta, anche a me, forse perché capii che il coraggio e l’altruismo sono davvero di genere femminile e che c’è una sola donna che vale la pena amare: quella che si chiede continuamente come sto e che mi aspetterà sempre all’aeroporto, indipendentemente dal successo e dal mio comportamento egoista. Possiede qualità che io non ho e che, purtroppo, non mi sforzo nemmeno di acquisire. È sempre con me, anche se non mi segue nella neve profonda; sente e comprende sempre la mia sofferenza, anche se le sue dita non gelano. Si assicura che l’indispensabile Garmin indichi la strada giusta, lo segue costantemente, sa dove sono—nella nebbia, al crepuscolo, di notte, col maltempo—attende i miei messaggi di disperazione e risponde con ponderazione, senza tremanti segni di paura. Sa prevedere il tempo, avverte dei venti violenti che possono trasformare così rapidamente un respiro caldo in una morte di ghiaccio. Cura malattie che non si possono contrarre in nessun altro luogo, mi salva dagli edemi polmonari e cerebrali senza quadro clinico, senza apparecchi, da lontano, con semplici SMS. Quando l’egoismo mi spinge più in alto e più lontano, lei si occupa della casa e dell’attività. Le nostre figlie sono protette dalle notizie preoccupanti e tristi dalla montagna; conoscono solo quelle belle e soleggiate, il resto lei lo tiene per sé, lo ingoia, anche se è amaro, fa male e brucia. Sopporta conoscenti impazienti che vogliono sapere come stiamo laggiù lontano e soddisfa la loro curiosità con risposte ponderate che non promettono nulla e rivelano soltanto ciò che serve perché la fortuna resti, altruisticamente, dove deve stare—soprattutto con me. Lei stessa, infatti, non ne ha bisogno, perché sa quello che fa, perché mantiene sempre la testa al posto giusto e non permette mai alle emozioni di trascinarla, nemmeno alla paura e alla tristezza, che arrivano quando le notti sono fredde e lunghe e le giornate noiose senza i piccoli litigi insignificanti, senza il caffè di cinque minuti al mattino prima del lavoro, senza uno stanco “Ciao” alla fine della giornata lavorativa, senza una mano calda nella sua quando il giorno si addormenta. Rinuncia a comodità per sé e per le nostre figlie perché le spedizioni sono costose, senza garanzia di ritorno e successo, perché io non so rinunciare, perché noi alpinisti siamo le persone più egoiste, perché contano sempre soltanto la vetta e il successo, indipendentemente dalle conseguenze—sanitarie, finanziarie, emotive… Perché viviamo in trance, perché sogniamo che la vita sia soltanto una strada verso la vetta, anche se finisce lassù. Perché viviamo soltanto per noi stessi e solo occasionalmente per la nostra famiglia. Perché non permettiamo che nei nostri cuori congelati entri il calore che soltanto la famiglia può offrire e soprattutto colei che la guida—mia moglie. Una donna che dà un nome al coraggio, senza la quale probabilmente le mie spedizioni non esisterebbero. Una donna che svolge il mestiere più difficile del pianeta, senza stipendio, soltanto con un grazie. Perciò, una volta per tutte, tutte le mie vette sono sue, senza dubbio, senza invidia, senza menzogne, senza esagerazioni.
Al link qui sotto potete leggere anche un articolo sulle mie imprese:
https://www.delo.si/novice/ slovenija/osvojitev-everesta- je-bila-zame-nekaksna- odresitev-190403.html
Per un’inaspettata coincidenza mi sono ritrovato sul Kangchenjunga in una squadra prevalentemente femminile, che nel complesso ha avuto molto successo. Ho avuto l’onore di raggiungere la vetta insieme alla prima messicana, giapponese, ceca e svizzera a salire questa montagna. Alpiniste professioniste o semiprofessioniste, alle quali posso attribuire una preparazione fisica e psicologica eccellente, esperienza e correttezza verso i compagni di cordata. Le donne citate non hanno figli né famiglia, tranne una, che a casa aveva ad aspettarla due bambini delle scuole elementari. Era il suo primo tentativo sulla montagna e, mentre scrivo queste righe, è già diretta al K2, che l’ha respinta due volte. Ascoltando la storia della sua vita, fatta di successi professionali e sportivi, sulla base di radicate concezioni arcaiche l’ho etichettata tra me e me come anormale, quasi pazza, perché aveva praticamente lasciato i figli a casa affidandoli al marito e alla sorella, mentre lei viaggia continuamente per il mondo e sale sulle vette dell’Himalaya (è stata anche la prima donna del suo paese a conquistare l’Everest dal versante nord). Quando per lunghe ore fissavo il soffitto della tenda, che tremava sotto il vento impietoso, mi sono reso conto di avere anch’io un rapporto altrettanto cattivo con la mia famiglia e, cosa peggiore, fino ad allora avevo ritenuto che un uomo e un padre avesse più diritto a simili azioni di una donna, cioè di una madre.
Il trekking nelle foreste pluviali del Nepal orientale, quando tutti potevamo soltanto sperare che smettesse di piovere, è stato un’esperienza nebbiosa e bagnata senza paragoni. Mentre mi staccavo le sanguisughe con mozziconi di sigaretta e mi avvolgevo in un sacco a pelo umido, la nostalgia di casa ha cominciato lentamente a rodermi. Quella sensazione che conoscevo così bene si insinua subdolamente, come la sera con la sua solitudine, e corrode pericolosamente la speranza di raggiungere l’obiettivo della spedizione. Nei momenti di impotenza, egoisticamente, mi rivolgo per prima cosa a mia moglie, che sa sempre come affrontare un problema. Le parole calorose che, nella foresta sotto la montagna, potevano raggiungermi solo via satellite hanno riscaldato la mia anima solitaria come un tè caldo e mi hanno restituito la speranza nel successo. Non avevo mai pensato che anche lei, a casa, potesse aver bisogno di parole simili. Certo, lei non ha freddo, non è bagnata, ha un tetto sopra la testa e un frigorifero pieno di cibo, ma non c’è nulla di peggio della solitudine e del sentire la mancanza di qualcuno lontano. Allora chi sta peggio, io o lei? In spedizione mi occupo soltanto di me stesso e della mia sopravvivenza; lei si occupa anche dei bambini e, cosa più difficile, fa in modo che i bambini non si preoccupino. Sarei io capace di mettermi nei suoi panni? Più cerco una risposta, più sono convinto di no. Saprei frenare la mia gelosia guardando immagini di lei in compagnia di aitanti colleghi alpinisti dall’altra parte del mondo? Probabilmente ancora meno.
Il campo base del Kangchenjunga si trova a 5.500 metri sul livello del mare ed è quindi il campo base più alto del mondo. Questa isola solitaria di tende gialle, circondata da montagne splendide come Jannu e Yalung Kang, questa volta ospitava una ventina di tende personali, una doccia e servizi igienici separati, oltre a due cucine. La squadra Seven Summits, alla quale mi sono unito questa volta, contava sette membri e altrettanti sherpa. Il capo Dawa, la persona più giovane ad aver scalato tutti i quattordici ottomila senza ossigeno supplementare e ancora oggi “oggetto” di studi sulla malattia d’alta quota, si è unito a noi un po’ più tardi, quando la cosa si è fatta “seria”. Al campo base c’erano anche i membri della prima spedizione nazionale indiana al Kangchenjunga, convinti che la montagna fosse sacra e che le donne non dovessero stare al campo base. Curiose dispute tra i capi delle squadre arrivarono al punto da proporre perfino la revoca dei permessi al nostro gruppo. Alla fine perfino gli dèi dovettero mandare loro un messaggio e, come si addice agli dèi, chiaro e crudele. Due indiani morirono sotto la vetta; il mal di montagna offuscò loro la mente e l’ossigeno arrivò troppo tardi. Molti altri riportarono gravi congelamenti e conseguenze irreversibili. Con la nostra squadra furono clementi e permisero a tutti di arrivare in vetta, anche a me, forse perché capii che il coraggio e l’altruismo sono davvero di genere femminile e che c’è una sola donna che vale la pena amare: quella che si chiede continuamente come sto e che mi aspetterà sempre all’aeroporto, indipendentemente dal successo e dal mio comportamento egoista. Possiede qualità che io non ho e che, purtroppo, non mi sforzo nemmeno di acquisire. È sempre con me, anche se non mi segue nella neve profonda; sente e comprende sempre la mia sofferenza, anche se le sue dita non gelano. Si assicura che l’indispensabile Garmin indichi la strada giusta, lo segue costantemente, sa dove sono—nella nebbia, al crepuscolo, di notte, col maltempo—attende i miei messaggi di disperazione e risponde con ponderazione, senza tremanti segni di paura. Sa prevedere il tempo, avverte dei venti violenti che possono trasformare così rapidamente un respiro caldo in una morte di ghiaccio. Cura malattie che non si possono contrarre in nessun altro luogo, mi salva dagli edemi polmonari e cerebrali senza quadro clinico, senza apparecchi, da lontano, con semplici SMS. Quando l’egoismo mi spinge più in alto e più lontano, lei si occupa della casa e dell’attività. Le nostre figlie sono protette dalle notizie preoccupanti e tristi dalla montagna; conoscono solo quelle belle e soleggiate, il resto lei lo tiene per sé, lo ingoia, anche se è amaro, fa male e brucia. Sopporta conoscenti impazienti che vogliono sapere come stiamo laggiù lontano e soddisfa la loro curiosità con risposte ponderate che non promettono nulla e rivelano soltanto ciò che serve perché la fortuna resti, altruisticamente, dove deve stare—soprattutto con me. Lei stessa, infatti, non ne ha bisogno, perché sa quello che fa, perché mantiene sempre la testa al posto giusto e non permette mai alle emozioni di trascinarla, nemmeno alla paura e alla tristezza, che arrivano quando le notti sono fredde e lunghe e le giornate noiose senza i piccoli litigi insignificanti, senza il caffè di cinque minuti al mattino prima del lavoro, senza uno stanco “Ciao” alla fine della giornata lavorativa, senza una mano calda nella sua quando il giorno si addormenta. Rinuncia a comodità per sé e per le nostre figlie perché le spedizioni sono costose, senza garanzia di ritorno e successo, perché io non so rinunciare, perché noi alpinisti siamo le persone più egoiste, perché contano sempre soltanto la vetta e il successo, indipendentemente dalle conseguenze—sanitarie, finanziarie, emotive… Perché viviamo in trance, perché sogniamo che la vita sia soltanto una strada verso la vetta, anche se finisce lassù. Perché viviamo soltanto per noi stessi e solo occasionalmente per la nostra famiglia. Perché non permettiamo che nei nostri cuori congelati entri il calore che soltanto la famiglia può offrire e soprattutto colei che la guida—mia moglie. Una donna che dà un nome al coraggio, senza la quale probabilmente le mie spedizioni non esisterebbero. Una donna che svolge il mestiere più difficile del pianeta, senza stipendio, soltanto con un grazie. Perciò, una volta per tutte, tutte le mie vette sono sue, senza dubbio, senza invidia, senza menzogne, senza esagerazioni.
Al link qui sotto potete leggere anche un articolo sulle mie imprese:
https://www.delo.si/novice/




































