Qualcuno ha detto: «Se gli alpinisti avessero memoria, le montagne non sarebbero mai state scalate». Ora che i ricordi del K2 sono ancora freschi, anch’io la penso più o meno così. Mi sarebbe molto difficile ripartire per quella montagna, perché i momenti duri sono stati un po’ troppi.
 
Sono partito da casa il 15 giugno dall’aeroporto di Lubiana, passando per Istanbul fino a Islamabad. Dopo due giorni nella capitale dell’Islam, un Airbus locale ci ha lasciati a Skardu, capoluogo della regione del Baltistan, fin dove riuscì ad arrivare perfino Alessandro Magno. Purtroppo la zona è sotto la cupa ombra dell’esercito pakistano, perché confina con il Kashmir indiano, che i pakistani considerano loro. Abbiamo percorso la strada fino al villaggio più orientale di Askole, che per il suo carattere avventuroso rivaleggia con la famigerata Karakoram Highway, a bordo di Toyota vecchie di quarant’anni; da lì abbiamo proseguito a piedi. Ci accompagnavano un gruppo di trekker, 240 portatori e cinque giovani bovini, che abbiamo mangiato durante il viaggio di dieci giorni fino a Concordia. Lì il tempo ci rovinava di tanto in tanto la splendida vista sugli ottomila, ma nonostante ciò la confluenza dei più grandi ghiacciai del mondo merita davvero di essere vista. Dopo un giorno di riposo siamo partiti sotto una forte nevicata verso il campo base, che abbiamo montato più o meno tra il campo classico per la salita al Broad Peak e il campo del K2. Abbiamo piantato le tende su mezzo metro di neve fresca, tra due ruscelli glaciali, mentre il fragore delle valanghe sui fianchi dei due giganti ci faceva capire che erano molto vicini, anche se per alcuni giorni il maltempo ci impedì perfino di vederli. Un gruppo un po’ depresso di giapponesi e canadesi si annoiava al campo base già da dieci giorni prima del nostro arrivo, perciò fu ancora più contento del sole che cominciò timidamente a riscaldare la nostra dimora.
 
La vista del K2 dal ghiacciaio che permette l’accesso dal versante pakistano toglie il fiato, incute timore e, nello stesso respiro pesante, è un privilegio che, a differenza dell’Everest, non si può raggiungere in automobile ma soltanto dopo un duro trekking fino al campo base. La piramide quasi perfetta, alta tre chilometri, si innalza fino a 8.611 metri e solo di tanto in tanto mostra il suo volto timido dietro le nuvole di ghiaccio. Il tempo è infatti estremamente variabile ed è uno dei fattori chiave che rendono difficile la salita. Le mattine erano di solito belle, quasi calde; verso le otto il sole compariva dietro la cresta sommitale del Broad Peak, obiettivo di quattro membri del nostro gruppo, mentre soltanto noi due e tre sherpa ci eravamo posti come meta la seconda montagna più alta del mondo. Dopo quattro giorni al campo base, situato a circa cinquemila metri, abbiamo colto la prima previsione relativamente buona, senza nevicate e senza il continuo cadere di valanghe che rompeva il silenzio tombale della notte, e con Sherpa An Pasang sono partito per la prima acclimatazione verso un campo d’alta quota. Il mio compagno di tenda e di cordata Jake Meyer decise di prepararsi all’altitudine sulle pareti del Broad Peak. Conosceva già bene il K2, dato che quello era il suo terzo tentativo di salire la montagna selvaggia.
 
Il percorso fino all’ABC, cioè il campo base avanzato, che si trova sotto il ripido tratto iniziale della via degli Abruzzi ed è molto esposto alla caduta di pietre e blocchi di ghiaccio, è relativamente lungo e difficile. Attraversare crepacci e torrenti nella parte superiore del ghiacciaio rappresenta una sfida di orientamento e, allo stesso tempo, una provocazione alla sorte. La linea di passaggio cambia continuamente e, in pochi giorni, un problema inizialmente semplicissimo può diventare impraticabile; trovare una soluzione richiede un’enorme quantità di tempo ed energia. Noi non abbiamo utilizzato direttamente il campo; per gli altri gruppi serviva soprattutto come deposito per l’attrezzatura da trasportare successivamente più in alto.
 
Il percorso quasi diretto fino al Campo 1 non è tecnicamente impegnativo, anche se piuttosto ripido, e il fondo sufficientemente duro ci ha facilitato l’accesso fino a poco meno di seimila metri. La vista sul ghiacciaio sottostante e sul cammino percorso era invidiabile. Lo spazio per montare le tende è pochissimo e perfino soddisfare i bisogni fisiologici richiede di assicurarsi con la corda, se si vuole mantenere il campo relativamente pulito. Abbiamo lasciato l’attrezzatura pesante necessaria per la salita e siamo tornati al campo base, dove ci aspettavano un altro periodo di riposo, il comfort delle tende su terreno pianeggiante senza il pericolo delle pietre volanti, «cibo normale» e lunghe conversazioni serali nella tenda comune.
 
Il tempo diventava lentamente un po’ più stabile. Soprattutto le notti erano limpide e la Via Lattea si stendeva sopra l’ampio Broad Peak. I venti si facevano sempre più deboli e durante il giorno il sole forte scaldava l’interno delle tende al punto che potevamo stare sdraiati in pantaloncini. La neve scomparve e per questo il ghiacciaio divenne ancora più difficile da attraversare. An Pasang passò molto più tempo davanti allo stupa di preghiera che avevamo eretto al campo per la nostra Puja locale, cioè la preghiera nepalese; ciò mi fece intuire che la salita non sarebbe stata semplice come quella fino al Campo 1.
 
Abbiamo raggiunto il Campo 2 dopo dodici ore di arrampicata: prima lungo il tratto innevato relativamente facile fino al Campo 1, poi da lì cominciò il vero lavoro. La combinazione di ghiaccio, roccia instabile e maltempo richiede assicurazioni sicure e purtroppo proprio quel giorno avvenne il primo incidente tragico, che coinvolse un canadese esperto. Durante la discesa attraverso il «Camino», poco sotto il Campo 2, la sua corda cedette e il poveretto si fermò soltanto all’ABC, duemila metri più in basso. Solo dopo tre giorni l’esercito pakistano riuscì a recuperare il corpo, o ciò che ne restava, e a trasportarlo in elicottero a Skardu. Durante la notte ebbi inaspettatamente notevoli difficoltà respiratorie, una leggera febbre e la saturazione scese a un poco rassicurante sessanta per cento. Passai la notte seduto, affinché il liquido che aveva iniziato ad accumularsi nei polmoni non mi impedisse di respirare. Fui costretto a prendere farmaci contro l’edema polmonare e tossivo come sul letto di morte, tanto che temevo che lo sherpa, incapace di chiudere occhio per il mio abbaiare, decidesse lui stesso di abbreviare le mie sofferenze.
 
Dopo quella notte deprimente, il sole scaldò la tenda e mi sentii molto meglio. Riuscii perfino ad addormentarmi per quasi un’ora, tanto che An Pasang dovette svegliarmi con del tè nepalese, che a quanto pare restituisce tutte le forze. A me, in realtà, non accadde; vomitai invece molto rapidamente quel sapore indescrivibilmente terribile, che ricordava l’odore di una mucca e il gusto di biscotti eccessivamente salati e umidi. Lo sguardo offeso dello sherpa davanti alla mia reazione mi fece sentire in colpa, così mi costrinsi a ingerire burro di yak e caffè solubile; il mio stomaco deve avermene voluto per tutta la vita.
 
Nonostante l’edema polmonare decisi di continuare a salire verso il Campo 3, sostenendomi con i farmaci e sperando nel meglio. Durante la salita, a differenza del giorno precedente, il tempo era piuttosto migliore: senza vento, quasi caldo, mentre la tempesta di neve a metà giornata era prevista. Dopo otto ore di salita abbastanza impegnativa attraverso la «Piramide Nera» e il tratto finale completamente ghiacciato, raggiungemmo il Campo 3 su un pendio appena ricoperto di neve, molto esposto alle valanghe. Proprio qui, due anni prima, una valanga aveva spazzato via l’intero campo e quell’anno nessuno aveva più osato proseguire. Sopra i settemila metri senza ossigeno supplementare il mondo diventa sempre più irreale, senza vita, e il limite oltre il quale questa non è più possibile si avvicina sempre di più. Quando una persona guarda oltre il margine della vita e dell’esistenza, diventa più umana, forse perfino più viva, ed è un privilegio poter tornare indietro. È difficile descrivere queste sensazioni; ognuno può immaginarle in modo diverso, non solo chi le ha vissute, ma tutti coloro che semplicemente ci provano, ed è proprio questo il fascino.
 
La discesa fu difficile, almeno per me, perché lottavo contro una tosse soffocante. Qui non è possibile avere fretta. Le corde erano gelate o sepolte sotto la neve, e lavorare con il discensore a otto e i ramponi congelati durante una nevicata, indossando guanti spessi, porta una persona ai limiti della resistenza psicologica e fisica. Lentamente ognuno comincia a chiedersi: «Ce la faremo? È questa l’ultima cosa che succederà?» Diventava sempre più chiaro perché il K2 è ciò che è, che le storie sono vere e non esagerate, e temevo di diventare parte di quel quarto di persone che rimane sulla montagna. Come al solito ebbi ancora un po’ di fortuna e, nonostante il mal di montagna, riuscii a trascinarmi fino al campo base. Gli ultimi chilometri pianeggianti sul ghiacciaio furono i più lunghi della mia vita.
 
Mi ripresi per tre giorni. Poco alla volta osai perfino sdraiarmi di notte; il liquido non mi invadeva più i polmoni e tornò la speranza. Cominciammo lentamente a pensare a un tentativo di vetta. Le conversazioni con gli altri gruppi, che andavamo a trovare nel campo base situato un po’ più in alto, erano vaghe, senza vere conclusioni, soprattutto a causa di previsioni meteorologiche completamente diverse e, secondo l’esperienza accumulata fino a quel momento, nessuna era affidabile. Nonostante tutto, la tendenza del tempo era leggermente positiva, soprattutto per quanto riguardava il vento, così durante un caffè mattutino decidemmo di partire: Jake Meyer, Sherpa An Pasang, Sherpa Gorgi, Sherpa Jangbou e il sottoscritto. Il responsabile Dan Mazur, da poco insignito della Hillary Medal per aver guidato con successo la nostra salita e per il salvataggio di un ferito sulle pareti del Broad Peak durante la nostra spedizione, ci lasciò mano libera nella decisione. Lui scelse di non salire sul K2. Al Campo 3 avevamo abbastanza cibo d’alta quota e ossigeno per due tentativi, le batterie delle lampade e delle videocamere erano cariche e l’ultima notte rimase insonne per l’attesa.
 
Partimmo verso le otto del mattino. Non avevamo fretta, perché intendevamo dormire in ogni campo d’alta quota, tranne il quarto, il più alto, dove era previsto soltanto qualche ora di riposo prima dell’ultima salita notturna verso la vetta. L’attraversamento dell’ultimo tratto del ghiacciaio era ormai completamente diverso dalla prima volta, così come la salita al Campo 1, diventata molto più rocciosa. Il sole caldo provocò una grossa valanga che evitammo per un soffio e che ci riempì di adrenalina. Le tende al Campo 1 ci aspettavano in condizioni piuttosto tristi, bucate dalle pietre cadute; il piano era completamente inclinato per lo scioglimento della neve e del ghiaccio e le corde erano spezzate dal forte vento. Jake e io passammo la notte quasi uno sopra l’altro, legati a un ancoraggio esterno nel caso la tenda scivolasse lungo il pendio, e riuscimmo a fatica a sciogliere abbastanza acqua da preparare una bottiglia piena di tè e due tazze di zuppa. Sorprendentemente, il tempo era completamente calmo; l’assenza di vento era quasi inquietante e incredibile a quella quota. Nella tenda faceva quindi caldo e il sacco a pelo pesante era superfluo.
 
La mattina del secondo giorno era limpida. Il sole scaldò l’interno delle tende già verso le sette, i vestiti si asciugarono bene, così come i sacchi a pelo, e non mancavano né il buon umore né la determinazione. Alle nove cominciammo a salire verso il Campo 2. Gli zaini piuttosto pesanti — trasportavamo tute d’alta quota, sacchi a pelo d’alta quota, cibo e ossigeno — rendevano il lavoro molto più faticoso. Ogni pochi passi mi fermavo per venti-trenta secondi e cercavo di respirare soltanto con il naso. L’aria lì è estremamente secca e tutti avevamo problemi di tosse, espettorato sanguinolento e gola dolorante. Montammo il Campo 2 appena sotto il «Camino» e non sopra, come si fa di solito, su consiglio degli sherpa, perché in caso di vento la sua forza è lì molto minore. La notte, insonne come di consueto a quella quota, mi sembrò un po’ più breve; probabilmente dormii perfino un’ora senza rendermene conto, in posizione seduta, perché non c’era spazio per altro. Io e il mio compagno di tenda chiacchieravamo e ridevamo rauchi delle storie del viaggio. Era un ottimo interlocutore, sebbene avesse dieci anni meno di me, e consideravo un onore arrampicare con il più giovane britannico ad aver conquistato le cime più alte di tutti i continenti. Era il suo terzo tentativo sul K2 e assicurava che sarebbe stato l’ultimo, perché ne aveva abbastanza della montagna.
 
Il difficile «Camino» ci portò via parecchio tempo già di prima mattina, poi venne l’estenuante Piramide Nera, condita da maltempo, neve e vento arrivati di corsa da un cielo mattutino perfettamente sereno. A causa dell’intensa nevicata, la neve scorreva in piccoli ruscelli lungo il pendio quasi verticale, accarezzava i volti gelati, riduceva la visibilità e spegneva la speranza di vetta. Con un tempo così brutto nessuno sopravvive sulla cresta sommitale. Alla fine avanzammo in più di mezzo metro di neve fresca sul pendio ghiacciato altrimenti poco impegnativo sotto il Campo 3, cosa estremamente dura a 7.300 metri. Montammo il campo un po’ più in alto del solito, appena sotto i seracchi, perché con tutta quella neve fresca la probabilità che una valanga ci portasse via, come accadde nel 2016, era molto maggiore rispetto al rischio che si staccasse un enorme seracco. Continuò a nevicare molto durante la prima parte della notte e le conversazioni cominciarono lentamente a indicare la triste possibilità che avremmo dovuto scendere almeno fino al Campo 2, se non ancora più in basso, e aspettare condizioni migliori. La mattina seguente, nonostante un tempo splendido, limpido e senza vento, una parte della squadra Seven Summits che ci faceva compagnia al Campo 3 prese proprio questa decisione. Erano arrivati poco dopo di noi e quindi avevano avuto un lavoro molto più facile sull’ultimo pendio sotto il campo. Decisero di tornare a causa della notevole quantità di neve nuova.
 
Noi scegliemmo diversamente e continuammo verso il Campo 4. A metà giornata il tempo peggiorò di nuovo in modo considerevole e cominciò a nevicare, ma, cosa insolita, quasi senza vento. Il tratto tecnicamente facile fino al Campo 4 era difficile da aprire nella neve, ma eravamo abbastanza numerosi e soprattutto i nostri tre sherpa mostrarono una forza quasi sovrumana. Senza di loro, come diventò evidente anche il giorno seguente, probabilmente non avremmo mai raggiunto la vetta. Montammo il campo a 7.600 metri, più in basso del previsto, ma eravamo troppo stanchi per continuare a battere la traccia nella neve profonda. Già nel tardo pomeriggio, con il maltempo, ci rifugiammo nelle tende sperando che il tempo finalmente migliorasse, perché a quella quota non avremmo potuto aspettare a lungo.
 
Ed è proprio ciò che accadde. Gli dèi, i loro e i nostri, erano di buon umore; le preghiere degli sherpa furono ascoltate. Già verso le nove di sera il cielo si schiarì, le stelle disegnavano brevi scie nelle lunghe esposizioni fotografiche e alle dieci partimmo tutti insieme verso il famigerato Bottleneck. Ci aspettavano più di mille metri di dislivello fino alla vetta, probabilmente in condizioni di neve difficili, ma la volontà di tutti era forte, il desiderio irresistibile, e quasi gareggiavamo per vedere chi sarebbe uscito per primo dalla tenda.
 
La notte era calda e senza vento. Il «Bottleneck», per la pendenza quasi di novanta gradi, era privo di neve, mentre le rocce erano ricoperte di ghiaccio; perciò la salita, se si escludono i seracchi minacciosi sopra di noi, era relativamente poco impegnativa. Nella «Traversata» la situazione era completamente diversa. La neve accumulata in placche da vento causava notevoli difficoltà perché scivolava via a ogni movimento; era impossibile piantare bene la piccozza nel fondo duro, le corde erano poco sicure e, nell’ultimo tratto completamente ghiacciato e molto ripido, dove la traversata sbuca sulla cresta sommitale, purtroppo un alpinista giapponese perse la vita in una caduta, perché le corde non riuscirono a trattenerlo. Quando lasciammo alle spalle anche l’ultimo ostacolo tecnico, spuntò il giorno e la luce arancione diede speranza di bel tempo. Le nebbie mattutine correvano sulla cresta appena innevata che conduce direttamente alla vetta e probabilmente nessuno di noi osava ancora dire: «Sono quasi in cima», perché era troppo incredibile. Avevamo sperato troppo a lungo e avevamo quasi perso la speranza. Il ghiaccio vivo fu presto coperto dalla neve e il pericolo di scivolare diminuì, ma così tanta neve fresca sopra gli ottomila metri non è uno scherzo. Aumentammo il flusso di ossigeno a tre litri al minuto e le bombole mezze vuote, che avevamo iniziato a usare sotto il Bottleneck, diventarono rapidamente ancora più leggere. Quindici fortunati, stanchi e insonni ma incrollabili, si alternavano ogni cinque metri in testa alla fila, e di tanto in tanto anch’io mi trovavo in quella posizione poco invidiabile. Ogni volta le vertigini mi annebbiavano la mente; perfino tutto l’ossigeno che avevo a disposizione non bastava a impedirmi di sentire l’ipossia: esiste semplicemente un limite oltre il quale non si può andare. Quattro ore di sforzo sovrumano sulla cresta sommitale furono improvvisamente ripagate per sempre per tutti noi che, nonostante le condizioni sfavorevoli della neve e la minaccia di un peggioramento del tempo, avevamo resistito.
 
Alle otto del mattino, con bel tempo, senza vento e con le bombole vuote, facemmo l’ultimo passo verso la vetta. Secondo le previsioni la temperatura era ben sotto i –20 gradi, ma il sole ci sorrideva, felice insieme a noi. Potevamo toglierci i guanti; ci sembrava caldo, se non alle mani almeno nel cuore e nei pensieri. Eravamo sulla montagna «più difficile» del mondo, soltanto duecento metri più bassa dell’Everest. Quasi compresi la vetta soltanto quando ero già lì sopra. Mi sentivo diverso rispetto all’Everest, dove faceva terribilmente freddo. All’improvviso la montagna diventò gentile con noi, come ricompensa, come scusa, perché di momenti difficili ce n’erano già stati abbastanza. Ma chi si vanta delle proprie vette dimentica tutte quelle che non ha raggiunto e tutte le persone che sono morte nel tentativo. Fu quindi triste toglierci i berretti per coloro che allora non erano con noi e che non possono più nemmeno desiderarlo. Più tardi scrivemmo i loro nomi su piastre di alluminio e le lasciammo sulle rocce commemorative accanto al campo base.
 
Eravamo soltanto a metà strada; bisognava tornare. Due giorni di discesa sulle corde, con una notte al Campo 2, mi prosciugarono gli ultimi atomi di energia. A qualche chilometro sopra il campo base ci vennero incontro il cuoco e i suoi aiutanti. Ci decorarono con bandierine colorate e fiori di plastica e qualche piccola lacrima di felicità si unì alle altre gocce che scorrevano in piccoli ruscelli sul ghiacciaio verso casa, una casa che non vedevo ormai da molto tempo.
Cronologia dell’avvicinamento e della salita al K2
18.6.2018 Scardu
19.6.2018 Ascole
20.62018 Yhula
21.6.2018 Barduel
21.6.2018 Payu
23.6.2018 Lilipot
23.6.2018 Kuputse
25.6.2018 Goro 1
25.6.2018 Goro “
26.6.2018 Concordia
28.6.2018 BC
3.7.2018 ABC
3.7.2018 C1
3.7.2018 BC
8.7.2018 C2
9.7.2018 C3
9.7.2018 BC
16.7.2018 C1
17.7.2018 C2
18.7.2018 C3
20.7.2018 C4
21.7.2018 K2 (alle 8)
21.7.2018 C2
22.7.2018 BC
 
Anche il mio compagno di cordata Jake Meyer ha raccontato la sua avventura sul proprio blog -
https://www.inspirationaldevelopment.com/k2-2018/
 
Al link qui sotto potete leggere anche un articolo sulla mia impresa:
https://onaplus.delo.si/strah-pred-zivljenjem-nam-najveckrat-ne-pusti-ziveti