Anni fa, quando lo sviluppo dell’implantologia moderna era ancora agli inizi, l’interesse scientifico era rivolto soprattutto ai problemi dell’osteointegrazione e dell’aumento osseo finalizzati a migliorare il sito implantare. A differenza del passato, oggi le patologie dei tessuti attorno agli impianti rappresentano un problema importante negli studi odontoiatrici di tutto il mondo.

I processi infiammatori attorno agli impianti non hanno una causa unica e semplice; individuarla è quindi fondamentale nella scelta della terapia. La presenza di un biofilm patologico è nella maggior parte dei casi la causa principale di questi fenomeni. È noto che i pazienti che presentano segni di malattia parodontale hanno profondità di sondaggio attorno agli impianti dentali significativamente maggiori, una maggiore perdita ossea e segni di perimplantite rispetto ai pazienti che non presentano segni di malattia parodontale.

In molti casi la causa delle malattie perimplantari è relativamente facile da individuare, poiché può trattarsi di una costruzione protesica progettata in modo inadeguato, difficile o impossibile da pulire, oppure semplicemente di residui di cemento sotto una struttura cementata. La terapia richiede quindi la sostituzione della struttura, che nella maggior parte dei casi non è dannosa per l’impianto stesso. La terapia è molto più difficile e meno efficace quando le cause risiedono in una rigenerazione e osteointegrazione incomplete dei sostituti ossei. Le parti infette dell’osso o dei suoi sostituti devono essere rimosse il prima e il più accuratamente possibile, e l’impianto e il suo sito devono essere decontaminati.

Un impianto è un tessuto estraneo morto, la cui superficie è progettata per offrire le migliori condizioni possibili per una buona osteointegrazione, ma nello stesso tempo favorisce anche l’accumulo sulla sua superficie di un biofilm sfavorevole. La terapia della malattia è quindi diretta soprattutto alla rimozione quanto più rapida e precisa possibile dello strato di placca dalla superficie dell’impianto e alla prevenzione di un nuovo accumulo. La somministrazione sistemica di antibiotici in caso di infiammazione nella maggior parte dei casi non è efficace, poiché l’impianto è un tessuto morto e non vascolarizzato e quindi l’antibiotico non raggiunge la placca batterica sulla sua superficie. Gli effetti a breve termine di questo tipo di terapia sono visibili soltanto nei tessuti molli circostanti. Per lo stesso motivo anche l’uso di soluzioni disinfettanti non è efficace, poiché anch’esse non riescono a penetrare fino alla causa vera e propria. Inoltre, il loro impiego porta spesso a effetti collaterali conseguenti all’uso prolungato e all’aumento delle concentrazioni. La resistenza dei microrganismi e le superinfezioni fungine richiedono pertanto ulteriori terapie, anch’esse prive di un risultato certo.

Negli ultimi anni, le ricerche sulla rimozione del biofilm dalla superficie implantare hanno portato a numerose conclusioni che sostengono tutte un’azione locale, e la terapia fotodinamica antimicrobica si è affermata come uno dei principali metodi terapeutici.

Nella pratica si sono affermati diversi protocolli, tutti accomunati da un meccanismo fotodinamico che riduce efficacemente la quantità di batteri sulla superficie dell’impianto e nei tessuti circostanti. In base alla mia esperienza e ad altra documentazione clinica, l’impiego della seguente metodica è molto efficace: una soluzione sterile fotoattivabile (HELBO blue; Bredent Medical; Senden) viene applicata sulla zona infetta e malata. Il colorante viene rimosso mediante risciacquo con soluzione fisiologica dopo 60–180 secondi. Durante questo intervallo le molecole del colorante si depositano sulle aree caricate negativamente della parete batterica. Trascorso il tempo di azione, le molecole del colorante vengono attivate con luce laser fredda (HELBO TheraLite laser, Bredent Medical, Senden). Durante l’attivazione si verifica l’assorbimento di energia nelle molecole del colorante. Con la variazione dello stato di spin degli elettroni si formano radicali liberi dell’ossigeno, che reagiscono immediatamente con le molecole lipidiche della parete batterica danneggiandola in modo irreversibile. In modo simile vengono distrutti anche i funghi presenti nel biofilm. In questo modo vengono decontaminati la superficie dell’impianto e il tessuto circostante malato. A causa del potenziale di membrana delle cellule eucariotiche (tessuto), il colorante non si lega a queste cellule, il che significa che agisce esclusivamente sulle cellule procariotiche dei batteri patologici.

All’inizio della malattia compare la mucosite perimplantare, quando il problema è ancora limitato ai tessuti molli. In questo caso è consigliabile rimuovere quanto prima la causa dell’infiammazione, prima che questa si estenda ai tessuti ossei duri. È consigliabile rimuovere la struttura e pulirla al di fuori della cavità orale. I componenti che non possono essere smontati vengono puliti in bocca con ultrasuoni e strumenti da scaling; infine si esegue la decontaminazione mediante il metodo aPDT.

Se la malattia progredisce, si verificano infezione e danno dei tessuti duri che costituiscono il sito implantare. All’esame radiografico il problema si osserva come un difetto osseo, mentre clinicamente si manifesta con una secrezione purulenta dalla tasca perimplantare. Nel trattamento dei difetti verticali > 4 mm sono necessari un curettage a cielo aperto e un lembo a base larga. La disinfezione della zona viene eseguita con il metodo aPDT. L’aumento osseo fino al margine superiore dell’impianto è nella maggior parte dei casi inefficace a causa dell’impossibilità di raggiungere il volume necessario nella ricostruzione ossea verticale. In presenza di una quantità eccessiva di sostituto osseo si verifica spesso un’infezione secondaria, che porta a un’ulteriore perdita di massa ossea. Rispetto all’aumento osseo attorno ai denti o nei difetti delle creste ossee, in questo caso la procedura ha minore successo. Per questo motivo si raccomanda l’aumento con particelle di osso autologo.