«Ho così paura di andare a fare pipì», disse Ryan con voce roca, interrompendosi per prendere fiato. Era un soldato di trentatré anni, capo di un gruppo dei Berretti Verdi specializzato negli ambienti freddi. Neppure per me era più facile, perché da ben cinque ore entrambi speravamo che la bufera passasse. Palline di ghiaccio sferzavano il rivestimento esterno in nylon della tenda e producevano un rumore simile a un ruggito, tanto che non potevamo neppure far passare il tempo conversando. Le previsioni meteo minacciavano anche per le dodici ore successive venti superiori ai cento chilometri orari e temperature di oltre quaranta gradi sotto zero. In momenti come questi mi manca casa, mi mancano tutti quelli che sono a casa e, quando le cose si fanno davvero dure, comincio a chiedermi perché in fondo faccio tutto questo...
Tutto era cominciato dieci anni prima, quando con mia moglie Melita viaggiavamo in Patagonia e ci fermammo anche nella città alla fine del mondo. Punta Arenas, all’estremità del Cile, mi sembrava allora l’insediamento più remoto di questo pianeta, ma in silenzio promisi a me stesso che un giorno sarei andato ancora più lontano, oltre il Passaggio di Drake, nel continente più solitario, freddo, alto e arido del nostro pianeta: l’Antartide. Alcuni anni più tardi quel desiderio silenzioso cominciò a trasformarsi in una decisione. Chiesi consiglio ai più esperti. Viki Grošelj e Stane Klemenc mi aiutarono con alcuni suggerimenti. In Europa ci sono diverse aziende che si occupano di viaggi estremi: Seven Summits, Alpine Ascents, Jugged Globe e Adventure Peaks sono disposte, dopo le prove previste, a guidare gli appassionati sull’Everest, sull’Aconcagua... e anche sulla vetta più prestigiosa del club delle montagne più alte, il Mt. Vinson, che con i suoi 4.900 m sul livello del mare rappresenta il punto più alto dell’Antartide. Dopo la prima iscrizione ad Adventure Peaks inviai alla sede della società in Inghilterra tutta la documentazione richiesta, compresi dati relativamente riservati come la cartella clinica, un questionario sanitario compilato che richiedeva anche ECG, emocromo, informazioni sulle malattie infantili e su tutte le altre malattie pregresse, allergie, abitudini alimentari, infortuni... La seconda parte della documentazione comprendeva invece tutte le precedenti esperienze alpinistiche, con fotografie ed eventuali raccomandazioni di alpinisti noti che la società aveva già nella propria «lista degli esperti». Quando furono soddisfatti di quanto avevo inviato, mi invitarono a una prova invernale sulle Alpi francesi, «salita invernale al Mt. Blanc», con una delle tre guide che avevano già esperienza dell’Antartide. In tre giorni freddi ci conoscemmo e ci valutammo a vicenda, rendendo più semplice sia la loro sia la mia decisione riguardo al viaggio sul Vinson. In una bella giornata estiva ricevetti un consistente plico postale che confermava finalmente che ero un candidato con esperienza sufficiente. Non mi avevano ancora assegnato una data di partenza, perché la stagione adatta era ancora troppo lontana e non si conosceva la disponibilità dei posti in base alla priorità dei candidati. Potevo iniziare la faticosa raccolta della costosa attrezzatura che la mia «cantina alpinistica» non possedeva ancora. Una lista lunga due pagine, tradotta in termini pratici, significava circa tremila euro di equipaggiamento che nelle nostre montagne non avevo mai avuto bisogno di usare neppure nelle condizioni più estreme. Ma ALE (Antarctic Logistic and Expedition), l’organizzazione ombrello e l’unica che da trent’anni conduce questo tipo di spedizioni in Antartide attraverso i partner già citati, insiste sui propri requisiti e protocolli, per cui protestare dicendo che «il mio piumino è altrettanto buono» non serve. Per ciò che fanno, oltre a tutto quanto già menzionato, chiedono altri 33.500,0 dollari statunitensi e naturalmente il viaggio fino a Punta Arenas a proprie spese, che può significare altri due o tremila euro. Mi aspettavo che la data di partenza venisse fissata già in quello stesso autunno, ma per motivi a me ignoti la società non prese ancora una decisione. L’autunno successivo, per ragioni di salute, fui io a non potermi decidere per l’impresa, e così arrivò infine l’autunno del 2011, quando Cris Mothersdale, guida del nostro gruppo e più volte salito sull’Everest, mi comunicò la data. Il tredici dicembre avrebbe dovuto essere per tutti il giorno fortunato in cui avremmo sorvolato l’Oceano Australe fino alla calotta di ghiaccio. Il viaggio in senso stretto avrebbe dovuto durare undici giorni, ma era saggio aspettarsi problemi meteorologici e quindi spostamenti dei voli in avanti o indietro. A Brnik salutai con grande difficoltà la famiglia, ingoiai qualche lacrima amara, ma così è... Spedii quaranta chilogrammi di attrezzatura direttamente a Santiago de Chile e io feci scalo a Francoforte e a São Paulo. Il volo interno per Punta Arenas ebbe oltre quattro ore di ritardo, ma passarono in fretta davanti a un bicchiere di vino cileno e chiacchierando con sconosciuti che la pensavano allo stesso modo. I quattro membri della spedizione e la guida ci incontrammo la sera nel bel hotel Mundo Dreams, ovvero, nella nostra lingua, «Mondo dei sogni». Un inglese, un irlandese, un americano, uno scozzese e uno sloveno ebbero per la prima volta l’occasione di scambiare qualche parola davanti a una birra Austral, ma il viaggio appena affrontato ci mise presto a letto. La prima mattina alla fine del mondo la usammo per acquistare insieme il cibo richiesto nella lista. Tre carrelli pieni sconvolsero la cassiera, anche se, come disse lei stessa, dai Gringos non si aspettava niente di diverso. Il resto della giornata la guida lo dedicò al controllo dell’attrezzatura. Come per miracolo, ognuno di noi era riuscito a far arrivare proprio tutte le borse preparate a casa, cosa che, secondo l’organizzatore, non era tipica delle compagnie aeree. Verso sera ALE tenne una riunione comune anche con gli altri due gruppi diretti al Vinson e con un gruppo che voleva raggiungere il Polo Sud. I gruppi erano un po’ più numerosi perché erano trascorsi esattamente cento anni da quando Amudsen aveva raggiunto per primo il Polo Sud precedendo il suo rivale, il capitano Cook. Il giorno successivo arrivò il momento in cui ci chiamarono all’aeroporto. L’attrezzatura già pesata e portata via il giorno prima fu caricata su un aereo da trasporto militare Iljušin, costruito durante la Guerra fredda tra le superpotenze per trasportare e sganciare armi nucleari. Oggi soltanto questo aereo, con equipaggio russo, è destinato al trasporto in Antartide di spedizioni alpinistiche e di ricerca. L’aereo ci aspettava in un terminal speciale dell’aeroporto internazionale di Punta Arenas. Lì ci riunimmo tutti noi diretti sul continente di ghiaccio, già calzati con scarponi d’alta quota e con l’equipaggiamento personale destinato alle basse temperature. La vista di un gruppo equipaggiato in quel modo, separato soltanto da un vetro dagli altri passeggeri dell’aeroporto vestiti in modo adatto al clima estivo, avrà probabilmente fatto nascere in molti almeno una domanda: dove mai andavano, se non addirittura perché andare in un freddo simile? Prima di salire sull’aereo disinfettammo gli scarponi, come impongono le regole stabilite dall’accordo internazionale per la protezione dell’ambiente antartico, che è unico e non rinnovabile. L’aereo può trasportare circa cinquanta passeggeri e tutta la loro attrezzatura. Non ha finestrini; i sedili sono d’acciaio, senza imbottitura e scomodi. Prima del decollo si presentò l’equipaggio russo di cinque persone, formato da uomini maturi, esperti e sicuri di sé, perché è l’unico equipaggio capace di portare un quadrireattore ad atterrare sul ghiaccio puro, dove non si può contare sui freni. Il volo fu tranquillo, cinque ore passarono relativamente in fretta e probabilmente i pensieri di tutti erano piuttosto simili, perché quasi tutti stavamo per vivere un’esperienza unica e irripetibile. Dopo un atterraggio magistrale a Union Glacier, il personale del ghiacciaio ebbe un’ora di tempo per scaricare e ricaricare il grande aereo. I motori non vengono mai spenti, perché a quelle temperature non sarebbe possibile riavviarli. L’aereo atterrò in condizioni ventose; almeno cinquanta nodi di vento laterale quasi spazzarono noi passeggeri lungo la pista completamente ghiacciata quando saltammo fuori. Ci riunimmo tutti in un container metallico accanto alla pista, che serve da terminal aeroportuale provvisorio, raccogliemmo l’attrezzatura e ci dirigemmo verso un insediamento di tende più grande, direttamente accanto al ghiacciaio. Alcune tende fisse più grandi servono da spazi comuni accessibili a tutti, dove si tengono riunioni e si cucina il cibo per il gruppo; sono disponibili un telefono satellitare, un medico, libri per passare il tempo, servizi igienici, acqua... Una donna alta, bionda, di mezza età entrò nella tenda con passo maschile e aprì il pesante piumino decorato con simboli norvegesi che ne rivelavano origine e status; si tolse gli occhiali scuri e il suo sguardo, di una penetrante intensità azzurra, mise a tacere il nostro chiacchiericcio pieno di aspettative. «Sono Karin», disse con voce forte, tagliando il rumore del vento, mentre le rughe del viso si distendevano in un sorriso aperto che diceva tutto: noi eravamo lì per la prima volta, lei era la responsabile dell’insediamento, lei chiamava l’aereo e decideva chi restava e chi partiva... Il suo nome mi riportò involontariamente molto lontano, a casa, da mia figlia che porta lo stesso nome. La nostalgia fece più male delle dita congelate che tornavano a ricevere sangue caldo, e il desiderio di mia figlia scritto sul pannello a scuola, secondo cui da Babbo Natale voleva soltanto suo padre, fece congelare una grossa lacrima sulle ciglia rigide. Karin spiegò tutte le regole della vita nell’insediamento lunare, indicò la bacheca su cui si trovavano tutti gli avvisi più importanti e mise in evidenza l’ultimo: «I Twin Otter sono stati chiamati». Gli aerei più piccoli a due motori, quattro alla base, furono i primi con cui, ai tempi senza sistemi GPS, si volò per la prima volta attraverso l’Antartide; qui vengono utilizzati per il trasporto fino al campo base immediatamente sotto la montagna più alta e per le operazioni di soccorso dai campi in tutto il continente. All’altro capo dell’infinito campo bianco, un grande DC-3 appositamente equipaggiato per il compito attendeva il volo verso il Polo Sud, che distava da noi quasi 1.300 miglia. Montammo le tende, sistemammo l’attrezzatura sulle slitte e negli zaini, distribuimmo il cibo comune, le stoviglie, il combustibile, le corde e tutto il resto. Dividevo la tenda con Bob, uno scozzese che a trentacinque anni è proprietario di un’azienda che si occupa della logistica del trasporto di rifiuti nucleari in tutto il mondo. Svolge la maggior parte del lavoro al telefono mentre visita le regioni più remote del nostro pianeta. Già sull’aereo avevamo iniziato a parlare dell’incidente nucleare in Giappone, continuammo per tutto il tempo in cui montavamo la tenda e, quando finalmente ci sistemammo ciascuno nel proprio sacco a pelo, ci rendemmo conto che riposare in piena luce del giorno, nonostante l’ora tarda, sarebbe stato piuttosto insolito. A metà dicembre in Antartide il sole non tocca affatto l’orizzonte: ci girava intorno in senso antiorario e soltanto a tratti veniva velato da alte nuvole filamentose. La luce solare continua può avere sull’uomo un effetto molto più devastante di quanto avessi immaginato. In qualche modo saltai le prime due «notti» e potevo seguire il passare del tempo soltanto sull’orologio da polso. All’inizio avvertimmo le conseguenze della veglia ininterrotta soltanto come maggiore irritabilità; preparavamo i pasti più per principio, e la cosa più difficile era aspettare il trasporto o che il vento diminuisse, perché in quel momento avremmo voluto semplicemente lanciarci verso la meta desiderata. Ma presto l’entusiasmo iniziale passò e, dopo il primo vero sonnellino, la lucidità tornò nelle nostre teste, così la vita poté riprendere «normalmente».
Era arrivato il momento di spostarci al campo base. Lasciammo un po’ di cibo e le tende già montate nel campo accanto al ghiacciaio e caricammo tutto il resto dell’attrezzatura sul Twin Otter bimotore già descritto, che può trasportare sei passeggeri, due membri dell’equipaggio e naturalmente tutta l’attrezzatura necessaria. L’aereo scivolò sulla pista con gli sci e, dopo una corsa di decollo molto breve, si sollevò rapidamente sopra il ghiaccio antartico. Poiché il grande Iljušin non aveva finestrini, soltanto allora potemmo vedere per la prima volta dall’alto il paesaggio simile alla Luna, che ricordava una grande torta bianca da cui qua e là spuntavano piramidi più scure: cime rocciose che da millenni resistono ai forti venti e al freddo spietato. A causa dell’aria estremamente secca la visibilità è quasi infinita e, ovunque si posasse lo sguardo, si estendeva una vasta distesa bianca, interrotta qua e là dalle cime della catena transantartica lunga diverse migliaia di miglia, che per decenni aveva rappresentato uno dei maggiori ostacoli alla conquista del continente. «È questa, ragazzi», urlò Chris così forte che lo sentimmo tutti perfettamente nonostante il violento rumore metallico dei motori; la pilota girò la testa, un largo sorriso le attraversò il viso, reso un po’ muto dagli occhiali scuri, e aggiunse: «Assicuratevi di essere tutti sul mio aereo di ritorno al Glacier». Era davvero questo. Il corpo sembrava privo di braccia e gambe; fluttuavo come un pensiero che già innumerevoli volte prima era stato trasportato proprio in quel luogo, sopra un continente che fino a poco tempo prima rappresentava l’impossibile per quasi tutti su questo pianeta. Essere proprio lì, in quel momento, non era soltanto un desiderio realizzato, ma un privilegio irripetibile. Su un continente le cui coste, in questa stagione estiva, prendono vita grazie alla presenza di innumerevoli uccelli e mammiferi marini, ma che a parte loro non presenta tracce di vita, noi rappresentavamo gli unici esseri viventi. La tecnologia moderna e la globalizzazione hanno dato a molti la possibilità di ripetere ciò che cento anni fa avevano iniziato i più coraggiosi, i più forti, gli amici dei re, gli esploratori, i visionari e i geni. È inimmaginabile il prezzo che pagarono per lo stesso obiettivo. Davanti a noi il massiccio Vinson, parte del gruppo montuoso Elsworth, si sollevava lentamente come una massa di granito ghiacciata. Velature trasparenti di nebbia giocavano intorno alla vetta stessa della montagna più alta. Sempre più spesso una raffica scuoteva violentemente il piccolo aereo, come se i nostri predecessori congelati per sempre ci stessero avvertendo che ci avvicinavamo alla zona del crepuscolo. La pilota e il copilota cominciarono a prepararsi per l’atterraggio. Un tratto pianeggiante in qualche modo troppo piccolo del ghiacciaio inclinato, letteralmente sotto i piedi della vetta del massiccio stesso, offriva l’unico punto dove fosse possibile atterrare. «Mi chiedo come farà», si domandò Ryan ad alta voce, pur essendo abituato a operazioni aeree impossibili e lanci con il paracadute. Io mi affidai soltanto all’Onnipotente, anche in luoghi dimenticati da Dio, e anche quella volta tutto finì bene. Un atterraggio inaspettatamente morbido su uno strato di mezzo metro di neve farinosa strappò ai passeggeri un breve applauso. Saltammo attraverso la piccola porta sulla neve vergine, scaricammo l’attrezzatura e caricammo le slitte di plastica. Ci accolse una finestra meteorologica relativamente calda e soleggiata, mentre la vista dei dintorni ci abbagliò con il bianco scintillante. Tutto intorno a noi c’erano vette intatte e mai conquistate, cime addirittura senza nome né proprietari. Il Trattato Antartico tra gli Stati che, peraltro, soltanto in senso formale possiedono parti del continente, vieta qualsiasi ascensione alle cime tranne il Mt. Vinson e alcuni rilievi vicini, così ancora oggi il paesaggio rimane privo di tracce di attività umana, come lo è stato per milioni di anni. Montammo le tende d’alta quota, le interrammo nel terreno, tagliammo blocchi di ghiaccio come frangivento e con essi costruimmo uno spazio circolare senza tetto che avrebbe funzionato da toilette. Tutti i rifiuti biologici devono essere raccolti in sacchetti appositi, che per fortuna congelano molto rapidamente, mentre le bottiglie di plastica riempite di urina possono essere usate almeno per poco tempo per riscaldare piedi e dita durante le pause nelle tende. Intorno al campo piantammo bandierine che limitavano i nostri spostamenti sul ghiacciaio, soprattutto per ragioni di sicurezza, perché il ghiacciaio è fittamente crepacciato, ma anche per le regole di ALE relative alla protezione dell’ambiente. Chris ci ordinò alcune ore di riposo prima di partire per il primo campo d’alta quota a circa 3.500 m sul livello del mare. Nessuno di noi si infilò nella tenda. Parlavamo del momento che stavamo vivendo, di esperienze simili già vissute che non potevano in alcun modo essere paragonate a questa, e approfittammo dei quasi venti gradi sotto zero per scattare fotografie senza guanti e maschere facciali, cosa che nei giorni precedenti non era stata altrettanto facile. I pannelli solari caricavano le batterie a piena potenza, mentre i fornelli a gas tagliavano con il loro forte sibilo la tanto attesa assenza di vento sulla montagna. Si sentì il profumo del cibo cotto, l’atmosfera era perfetta. «Mezz’ora, ragazzi», dopo sei ore rimise il sangue in circolo nelle vene. Preparammo tutto per la partenza e per l’installazione del primo campo d’alta quota. Quando le slitte furono cariche e i ramponi allacciati, partimmo in una lunga cordata sul ghiacciaio crepacciato e inclinato verso la spalla sul versante nord della montagna. Camminare era piacevole; la guida Chris manteneva un ritmo non faticoso e io percepivo appena l’altitudine. Eravamo vestiti soltanto con due strati e senza pesanti piumini; il vento meridionale indebolito impediva al sole di scaldarci. Sulla sinistra si aprivano enormi crepacci, che insieme al tempo, alle basse temperature e all’altitudine rappresentano l’unica minaccia seria su una montagna che non è tecnicamente difficile. Dopo poco meno di sette ore di un’escursione da sogno piantammo le bandierine intorno al campo d’alta quota. Il posto era un po’ più ventoso della base, ma illuminato dal sole; non offriva un riparo piacevole, quindi ci rifugiammo rapidamente nelle tende e non rimpiansi affatto i soldi spesi per «il sacco a pelo migliore». Bob aveva i classici problemi di quota, mentre noi altri non avevamo difficoltà a parte un leggero mal di testa e l’ormai abituale insonnia. Se le condizioni meteorologiche fossero state favorevoli, avremmo dovuto impiegare quattro o cinque giorni per salire in vetta e tornare. Io tendo sempre alle varianti rapide, che finora si sono sempre dimostrate buone, perché aspettare il momento migliore di solito non porta proprio quel momento. Ognuno di noi mangiò nella propria tenda il pacchetto di cibo assegnato e, proprio quando cominciavo a sprofondare nel sonno tanto desiderato, Chris convocò un consiglio di guerra. Via radio aveva ricevuto dal ghiacciaio le previsioni per le successive quarantotto ore, che per il giorno seguente non portavano buone notizie. I venti avrebbero dovuto rinforzare e le temperature scendere un po’. Decidemmo di superare il peggioramento nelle tende al campo e poi di salire il più velocemente possibile e il più in alto possibile, magari persino fino alla vetta, senza un ulteriore campo d’alta quota, perché le previsioni a lungo termine indicavano, dopo circa un giorno di peggioramento, soltanto una breve finestra meteorologica nella quale forse avremmo potuto farcela. In realtà la decisione andava bene a tutti, perché il ritmo irregolare di giorno e notte ci aveva completamente scombussolati. Sciogliemmo un po’ di neve, ci infilammo nelle tende e mangiammo qualche dolce... Mi svegliò soltanto lo sbattere della parete della tenda. I venti erano aumentati sensibilmente e, nonostante il tempo soleggiato, non mi sembrava saggio salire lungo la cresta esposta. Ryan era evidentemente sveglio già da un po’. «Buongiorno, tesoro», riuscii appena a capire attraverso la maschera facciale in neoprene. Dal piumino e dagli occhiali intorno al suo «cappello grosso» dedussi che saremmo usciti. «Sei in ritardo», mi prese in giro e, con uno strano scintillio negli occhi, mi fece capire che faceva sul serio. Chris decise che ci saremmo spostati un gradino più in alto. Lungo il percorso erano state installate corde fisse lasciate dai predecessori che, data la difficoltà tecnica relativamente bassa, servivano soprattutto a proteggerci dalle violente raffiche che potevano sollevare chiunque da terra e poi... Partimmo a coppie, portando una sola tenda che al campo successivo avrebbe dovuto servire soltanto da riparo d’emergenza, magari per tutti insieme se necessario. Lasciammo le slitte e l’attrezzatura per cucinare in una buca nella neve accanto alle tende e infilammo negli zaini tutto ciò che pensavamo ci sarebbe servito. Bob, che da un po’ lamentava di sentirsi peggio, barcollava davanti a me. Il termometro era sceso ben oltre i quaranta sotto zero, cosa che, con raffiche intorno ai cento chilometri orari, rende impossibili persino le attività più comuni e semplici. In quota la disidratazione può costringere molto rapidamente un alpinista ad abbandonare l’obiettivo e, insieme ad altre condizioni disumane, può portarlo davanti al «giudizio finale», perciò bere continuamente è raccomandato e necessario. Tutto bene finché il liquido non deve anche essere eliminato. Urinare così, senza bottiglia e senza protezione in neoprene, può essere addirittura rovinoso per l’organo nel giro di pochi istanti, cosa che avevo quasi sperimentato il giorno prima quando avevo rischiato un «congelamento» dalla parte sbagliata. Ora lo so e preferisco trattenermi, almeno fino a qualche buca nella neve o a una tenda. Una pendenza superiore ai quaranta gradi e un ghiaccio a tratti quasi vetroso richiedevano concentrazione, nervi saldi e fiducia nel compagno all’altro capo della corda. Mi sentivo bene, perché percepivo sulla schiena lo sguardo del soldato americano delle forze speciali, quasi venti chilogrammi più pesante di me. Ci capivamo senza parole, sentivamo il dolore e la fatica l’uno dell’altro come se ci conoscessimo da molto tempo, come se avessimo già camminato insieme in passato. Sotto di noi si aprivano panorami che pochi occhi avevano visto. Le fitte nei polmoni gelati, i passi infinitamente lenti, il freddo mortale e il bisogno affannoso d’aria venivano spinti lontano nel pensiero subconscio, dissolti dal calore dell’orgoglio portato da ogni metro di quota. Forse proprio il mio piede era il primo ad aver mai messo piede in quel punto da quando esistiamo qui, su questo piccolo mondo eppure così vario: caldo, umido, secco, piatto, ripido, freddo e ghiacciato. In quel preciso momento eravamo probabilmente il gruppo di persone più solitario del pianeta, affidati soltanto a noi stessi, senza possibilità di aiuto in caso di incidente o mancanza di cibo. Più ci rendevamo conto di questo fatto, più forti diventavano i legami tra noi, legami che non vediamo e non descriviamo e che tuttavia erano l’unica cosa a cui potevamo aggrapparci quando diventava davvero difficile. Lentamente ci avvicinammo al punto in cui la guida aveva intenzione di montare un’altra tenda e scavare una buca nella neve. Ci mettemmo all’opera con fatica. Lavoravamo in modo coordinato e senza errori, così il vento e il freddo non ci causarono danni maggiori. Qui infatti non c’è vita per gli esseri umani, non c’è vita per nulla che possa vivere. Quasi mi vennero le lacrime per la fatica di una cosa semplice come avvolgere una corda; non potevo togliermi gli occhiali, la maschera o i guanti. La pelle può congelare in pochi istanti e persino i movimenti più semplici provocano stanchezza. Preparare un campo semplice ci portò via quasi due ore. Sistemammo blocchi tagliati di neve dura come frangivento; così potemmo montare la tenda, sederci al riparo e rimettere lentamente ordine nei pensieri. Due ore di riposo, fissando l’infinito ghiacciato sotto di noi e il cielo completamente azzurro sopra di noi, cambiano la percezione a cui siamo abituati nella quotidianità data per scontata. Per cinque persone provenienti da mondi e filosofie diverse, la ricerca della verità e del significato dell’esistenza divenne semplice e chiara. Viviamo per il momento, l’uno per l’altro, per un obiettivo comune così vicino, avvolto in nuvole gelide simili a ragnatele che piegano i potenti raggi del sole privi del filtro dell’ozono; per un obiettivo che per alcuni anni era stato soltanto un punto con un numero sul fondo di un globo impolverato. Tutto il resto è un segreto intrappolato nel ghiaccio eterno. Dopo un paio d’ore di riposo dubbio, Chris ci giudicò abbastanza grandi da affrontare gli ultimi metri. Ricordavo le mie escursioni precedenti: respirare attraverso una cannuccia sull’Aconcagua, le camminate in Patagonia, i compagni perduti sul Materhorn, lo sci dal Mont Blanc, le arrampicate sulle Dolomiti, la nostra Kredarica e la mia verde Begunjščica. Tutti quei momenti, purificati da paure che non si stancano mai, si unirono in una calda coppa di vittoria su tutto e su tutti quelli che hanno paura dei propri sogni.
Tutto era cominciato dieci anni prima, quando con mia moglie Melita viaggiavamo in Patagonia e ci fermammo anche nella città alla fine del mondo. Punta Arenas, all’estremità del Cile, mi sembrava allora l’insediamento più remoto di questo pianeta, ma in silenzio promisi a me stesso che un giorno sarei andato ancora più lontano, oltre il Passaggio di Drake, nel continente più solitario, freddo, alto e arido del nostro pianeta: l’Antartide. Alcuni anni più tardi quel desiderio silenzioso cominciò a trasformarsi in una decisione. Chiesi consiglio ai più esperti. Viki Grošelj e Stane Klemenc mi aiutarono con alcuni suggerimenti. In Europa ci sono diverse aziende che si occupano di viaggi estremi: Seven Summits, Alpine Ascents, Jugged Globe e Adventure Peaks sono disposte, dopo le prove previste, a guidare gli appassionati sull’Everest, sull’Aconcagua... e anche sulla vetta più prestigiosa del club delle montagne più alte, il Mt. Vinson, che con i suoi 4.900 m sul livello del mare rappresenta il punto più alto dell’Antartide. Dopo la prima iscrizione ad Adventure Peaks inviai alla sede della società in Inghilterra tutta la documentazione richiesta, compresi dati relativamente riservati come la cartella clinica, un questionario sanitario compilato che richiedeva anche ECG, emocromo, informazioni sulle malattie infantili e su tutte le altre malattie pregresse, allergie, abitudini alimentari, infortuni... La seconda parte della documentazione comprendeva invece tutte le precedenti esperienze alpinistiche, con fotografie ed eventuali raccomandazioni di alpinisti noti che la società aveva già nella propria «lista degli esperti». Quando furono soddisfatti di quanto avevo inviato, mi invitarono a una prova invernale sulle Alpi francesi, «salita invernale al Mt. Blanc», con una delle tre guide che avevano già esperienza dell’Antartide. In tre giorni freddi ci conoscemmo e ci valutammo a vicenda, rendendo più semplice sia la loro sia la mia decisione riguardo al viaggio sul Vinson. In una bella giornata estiva ricevetti un consistente plico postale che confermava finalmente che ero un candidato con esperienza sufficiente. Non mi avevano ancora assegnato una data di partenza, perché la stagione adatta era ancora troppo lontana e non si conosceva la disponibilità dei posti in base alla priorità dei candidati. Potevo iniziare la faticosa raccolta della costosa attrezzatura che la mia «cantina alpinistica» non possedeva ancora. Una lista lunga due pagine, tradotta in termini pratici, significava circa tremila euro di equipaggiamento che nelle nostre montagne non avevo mai avuto bisogno di usare neppure nelle condizioni più estreme. Ma ALE (Antarctic Logistic and Expedition), l’organizzazione ombrello e l’unica che da trent’anni conduce questo tipo di spedizioni in Antartide attraverso i partner già citati, insiste sui propri requisiti e protocolli, per cui protestare dicendo che «il mio piumino è altrettanto buono» non serve. Per ciò che fanno, oltre a tutto quanto già menzionato, chiedono altri 33.500,0 dollari statunitensi e naturalmente il viaggio fino a Punta Arenas a proprie spese, che può significare altri due o tremila euro. Mi aspettavo che la data di partenza venisse fissata già in quello stesso autunno, ma per motivi a me ignoti la società non prese ancora una decisione. L’autunno successivo, per ragioni di salute, fui io a non potermi decidere per l’impresa, e così arrivò infine l’autunno del 2011, quando Cris Mothersdale, guida del nostro gruppo e più volte salito sull’Everest, mi comunicò la data. Il tredici dicembre avrebbe dovuto essere per tutti il giorno fortunato in cui avremmo sorvolato l’Oceano Australe fino alla calotta di ghiaccio. Il viaggio in senso stretto avrebbe dovuto durare undici giorni, ma era saggio aspettarsi problemi meteorologici e quindi spostamenti dei voli in avanti o indietro. A Brnik salutai con grande difficoltà la famiglia, ingoiai qualche lacrima amara, ma così è... Spedii quaranta chilogrammi di attrezzatura direttamente a Santiago de Chile e io feci scalo a Francoforte e a São Paulo. Il volo interno per Punta Arenas ebbe oltre quattro ore di ritardo, ma passarono in fretta davanti a un bicchiere di vino cileno e chiacchierando con sconosciuti che la pensavano allo stesso modo. I quattro membri della spedizione e la guida ci incontrammo la sera nel bel hotel Mundo Dreams, ovvero, nella nostra lingua, «Mondo dei sogni». Un inglese, un irlandese, un americano, uno scozzese e uno sloveno ebbero per la prima volta l’occasione di scambiare qualche parola davanti a una birra Austral, ma il viaggio appena affrontato ci mise presto a letto. La prima mattina alla fine del mondo la usammo per acquistare insieme il cibo richiesto nella lista. Tre carrelli pieni sconvolsero la cassiera, anche se, come disse lei stessa, dai Gringos non si aspettava niente di diverso. Il resto della giornata la guida lo dedicò al controllo dell’attrezzatura. Come per miracolo, ognuno di noi era riuscito a far arrivare proprio tutte le borse preparate a casa, cosa che, secondo l’organizzatore, non era tipica delle compagnie aeree. Verso sera ALE tenne una riunione comune anche con gli altri due gruppi diretti al Vinson e con un gruppo che voleva raggiungere il Polo Sud. I gruppi erano un po’ più numerosi perché erano trascorsi esattamente cento anni da quando Amudsen aveva raggiunto per primo il Polo Sud precedendo il suo rivale, il capitano Cook. Il giorno successivo arrivò il momento in cui ci chiamarono all’aeroporto. L’attrezzatura già pesata e portata via il giorno prima fu caricata su un aereo da trasporto militare Iljušin, costruito durante la Guerra fredda tra le superpotenze per trasportare e sganciare armi nucleari. Oggi soltanto questo aereo, con equipaggio russo, è destinato al trasporto in Antartide di spedizioni alpinistiche e di ricerca. L’aereo ci aspettava in un terminal speciale dell’aeroporto internazionale di Punta Arenas. Lì ci riunimmo tutti noi diretti sul continente di ghiaccio, già calzati con scarponi d’alta quota e con l’equipaggiamento personale destinato alle basse temperature. La vista di un gruppo equipaggiato in quel modo, separato soltanto da un vetro dagli altri passeggeri dell’aeroporto vestiti in modo adatto al clima estivo, avrà probabilmente fatto nascere in molti almeno una domanda: dove mai andavano, se non addirittura perché andare in un freddo simile? Prima di salire sull’aereo disinfettammo gli scarponi, come impongono le regole stabilite dall’accordo internazionale per la protezione dell’ambiente antartico, che è unico e non rinnovabile. L’aereo può trasportare circa cinquanta passeggeri e tutta la loro attrezzatura. Non ha finestrini; i sedili sono d’acciaio, senza imbottitura e scomodi. Prima del decollo si presentò l’equipaggio russo di cinque persone, formato da uomini maturi, esperti e sicuri di sé, perché è l’unico equipaggio capace di portare un quadrireattore ad atterrare sul ghiaccio puro, dove non si può contare sui freni. Il volo fu tranquillo, cinque ore passarono relativamente in fretta e probabilmente i pensieri di tutti erano piuttosto simili, perché quasi tutti stavamo per vivere un’esperienza unica e irripetibile. Dopo un atterraggio magistrale a Union Glacier, il personale del ghiacciaio ebbe un’ora di tempo per scaricare e ricaricare il grande aereo. I motori non vengono mai spenti, perché a quelle temperature non sarebbe possibile riavviarli. L’aereo atterrò in condizioni ventose; almeno cinquanta nodi di vento laterale quasi spazzarono noi passeggeri lungo la pista completamente ghiacciata quando saltammo fuori. Ci riunimmo tutti in un container metallico accanto alla pista, che serve da terminal aeroportuale provvisorio, raccogliemmo l’attrezzatura e ci dirigemmo verso un insediamento di tende più grande, direttamente accanto al ghiacciaio. Alcune tende fisse più grandi servono da spazi comuni accessibili a tutti, dove si tengono riunioni e si cucina il cibo per il gruppo; sono disponibili un telefono satellitare, un medico, libri per passare il tempo, servizi igienici, acqua... Una donna alta, bionda, di mezza età entrò nella tenda con passo maschile e aprì il pesante piumino decorato con simboli norvegesi che ne rivelavano origine e status; si tolse gli occhiali scuri e il suo sguardo, di una penetrante intensità azzurra, mise a tacere il nostro chiacchiericcio pieno di aspettative. «Sono Karin», disse con voce forte, tagliando il rumore del vento, mentre le rughe del viso si distendevano in un sorriso aperto che diceva tutto: noi eravamo lì per la prima volta, lei era la responsabile dell’insediamento, lei chiamava l’aereo e decideva chi restava e chi partiva... Il suo nome mi riportò involontariamente molto lontano, a casa, da mia figlia che porta lo stesso nome. La nostalgia fece più male delle dita congelate che tornavano a ricevere sangue caldo, e il desiderio di mia figlia scritto sul pannello a scuola, secondo cui da Babbo Natale voleva soltanto suo padre, fece congelare una grossa lacrima sulle ciglia rigide. Karin spiegò tutte le regole della vita nell’insediamento lunare, indicò la bacheca su cui si trovavano tutti gli avvisi più importanti e mise in evidenza l’ultimo: «I Twin Otter sono stati chiamati». Gli aerei più piccoli a due motori, quattro alla base, furono i primi con cui, ai tempi senza sistemi GPS, si volò per la prima volta attraverso l’Antartide; qui vengono utilizzati per il trasporto fino al campo base immediatamente sotto la montagna più alta e per le operazioni di soccorso dai campi in tutto il continente. All’altro capo dell’infinito campo bianco, un grande DC-3 appositamente equipaggiato per il compito attendeva il volo verso il Polo Sud, che distava da noi quasi 1.300 miglia. Montammo le tende, sistemammo l’attrezzatura sulle slitte e negli zaini, distribuimmo il cibo comune, le stoviglie, il combustibile, le corde e tutto il resto. Dividevo la tenda con Bob, uno scozzese che a trentacinque anni è proprietario di un’azienda che si occupa della logistica del trasporto di rifiuti nucleari in tutto il mondo. Svolge la maggior parte del lavoro al telefono mentre visita le regioni più remote del nostro pianeta. Già sull’aereo avevamo iniziato a parlare dell’incidente nucleare in Giappone, continuammo per tutto il tempo in cui montavamo la tenda e, quando finalmente ci sistemammo ciascuno nel proprio sacco a pelo, ci rendemmo conto che riposare in piena luce del giorno, nonostante l’ora tarda, sarebbe stato piuttosto insolito. A metà dicembre in Antartide il sole non tocca affatto l’orizzonte: ci girava intorno in senso antiorario e soltanto a tratti veniva velato da alte nuvole filamentose. La luce solare continua può avere sull’uomo un effetto molto più devastante di quanto avessi immaginato. In qualche modo saltai le prime due «notti» e potevo seguire il passare del tempo soltanto sull’orologio da polso. All’inizio avvertimmo le conseguenze della veglia ininterrotta soltanto come maggiore irritabilità; preparavamo i pasti più per principio, e la cosa più difficile era aspettare il trasporto o che il vento diminuisse, perché in quel momento avremmo voluto semplicemente lanciarci verso la meta desiderata. Ma presto l’entusiasmo iniziale passò e, dopo il primo vero sonnellino, la lucidità tornò nelle nostre teste, così la vita poté riprendere «normalmente».
Era arrivato il momento di spostarci al campo base. Lasciammo un po’ di cibo e le tende già montate nel campo accanto al ghiacciaio e caricammo tutto il resto dell’attrezzatura sul Twin Otter bimotore già descritto, che può trasportare sei passeggeri, due membri dell’equipaggio e naturalmente tutta l’attrezzatura necessaria. L’aereo scivolò sulla pista con gli sci e, dopo una corsa di decollo molto breve, si sollevò rapidamente sopra il ghiaccio antartico. Poiché il grande Iljušin non aveva finestrini, soltanto allora potemmo vedere per la prima volta dall’alto il paesaggio simile alla Luna, che ricordava una grande torta bianca da cui qua e là spuntavano piramidi più scure: cime rocciose che da millenni resistono ai forti venti e al freddo spietato. A causa dell’aria estremamente secca la visibilità è quasi infinita e, ovunque si posasse lo sguardo, si estendeva una vasta distesa bianca, interrotta qua e là dalle cime della catena transantartica lunga diverse migliaia di miglia, che per decenni aveva rappresentato uno dei maggiori ostacoli alla conquista del continente. «È questa, ragazzi», urlò Chris così forte che lo sentimmo tutti perfettamente nonostante il violento rumore metallico dei motori; la pilota girò la testa, un largo sorriso le attraversò il viso, reso un po’ muto dagli occhiali scuri, e aggiunse: «Assicuratevi di essere tutti sul mio aereo di ritorno al Glacier». Era davvero questo. Il corpo sembrava privo di braccia e gambe; fluttuavo come un pensiero che già innumerevoli volte prima era stato trasportato proprio in quel luogo, sopra un continente che fino a poco tempo prima rappresentava l’impossibile per quasi tutti su questo pianeta. Essere proprio lì, in quel momento, non era soltanto un desiderio realizzato, ma un privilegio irripetibile. Su un continente le cui coste, in questa stagione estiva, prendono vita grazie alla presenza di innumerevoli uccelli e mammiferi marini, ma che a parte loro non presenta tracce di vita, noi rappresentavamo gli unici esseri viventi. La tecnologia moderna e la globalizzazione hanno dato a molti la possibilità di ripetere ciò che cento anni fa avevano iniziato i più coraggiosi, i più forti, gli amici dei re, gli esploratori, i visionari e i geni. È inimmaginabile il prezzo che pagarono per lo stesso obiettivo. Davanti a noi il massiccio Vinson, parte del gruppo montuoso Elsworth, si sollevava lentamente come una massa di granito ghiacciata. Velature trasparenti di nebbia giocavano intorno alla vetta stessa della montagna più alta. Sempre più spesso una raffica scuoteva violentemente il piccolo aereo, come se i nostri predecessori congelati per sempre ci stessero avvertendo che ci avvicinavamo alla zona del crepuscolo. La pilota e il copilota cominciarono a prepararsi per l’atterraggio. Un tratto pianeggiante in qualche modo troppo piccolo del ghiacciaio inclinato, letteralmente sotto i piedi della vetta del massiccio stesso, offriva l’unico punto dove fosse possibile atterrare. «Mi chiedo come farà», si domandò Ryan ad alta voce, pur essendo abituato a operazioni aeree impossibili e lanci con il paracadute. Io mi affidai soltanto all’Onnipotente, anche in luoghi dimenticati da Dio, e anche quella volta tutto finì bene. Un atterraggio inaspettatamente morbido su uno strato di mezzo metro di neve farinosa strappò ai passeggeri un breve applauso. Saltammo attraverso la piccola porta sulla neve vergine, scaricammo l’attrezzatura e caricammo le slitte di plastica. Ci accolse una finestra meteorologica relativamente calda e soleggiata, mentre la vista dei dintorni ci abbagliò con il bianco scintillante. Tutto intorno a noi c’erano vette intatte e mai conquistate, cime addirittura senza nome né proprietari. Il Trattato Antartico tra gli Stati che, peraltro, soltanto in senso formale possiedono parti del continente, vieta qualsiasi ascensione alle cime tranne il Mt. Vinson e alcuni rilievi vicini, così ancora oggi il paesaggio rimane privo di tracce di attività umana, come lo è stato per milioni di anni. Montammo le tende d’alta quota, le interrammo nel terreno, tagliammo blocchi di ghiaccio come frangivento e con essi costruimmo uno spazio circolare senza tetto che avrebbe funzionato da toilette. Tutti i rifiuti biologici devono essere raccolti in sacchetti appositi, che per fortuna congelano molto rapidamente, mentre le bottiglie di plastica riempite di urina possono essere usate almeno per poco tempo per riscaldare piedi e dita durante le pause nelle tende. Intorno al campo piantammo bandierine che limitavano i nostri spostamenti sul ghiacciaio, soprattutto per ragioni di sicurezza, perché il ghiacciaio è fittamente crepacciato, ma anche per le regole di ALE relative alla protezione dell’ambiente. Chris ci ordinò alcune ore di riposo prima di partire per il primo campo d’alta quota a circa 3.500 m sul livello del mare. Nessuno di noi si infilò nella tenda. Parlavamo del momento che stavamo vivendo, di esperienze simili già vissute che non potevano in alcun modo essere paragonate a questa, e approfittammo dei quasi venti gradi sotto zero per scattare fotografie senza guanti e maschere facciali, cosa che nei giorni precedenti non era stata altrettanto facile. I pannelli solari caricavano le batterie a piena potenza, mentre i fornelli a gas tagliavano con il loro forte sibilo la tanto attesa assenza di vento sulla montagna. Si sentì il profumo del cibo cotto, l’atmosfera era perfetta. «Mezz’ora, ragazzi», dopo sei ore rimise il sangue in circolo nelle vene. Preparammo tutto per la partenza e per l’installazione del primo campo d’alta quota. Quando le slitte furono cariche e i ramponi allacciati, partimmo in una lunga cordata sul ghiacciaio crepacciato e inclinato verso la spalla sul versante nord della montagna. Camminare era piacevole; la guida Chris manteneva un ritmo non faticoso e io percepivo appena l’altitudine. Eravamo vestiti soltanto con due strati e senza pesanti piumini; il vento meridionale indebolito impediva al sole di scaldarci. Sulla sinistra si aprivano enormi crepacci, che insieme al tempo, alle basse temperature e all’altitudine rappresentano l’unica minaccia seria su una montagna che non è tecnicamente difficile. Dopo poco meno di sette ore di un’escursione da sogno piantammo le bandierine intorno al campo d’alta quota. Il posto era un po’ più ventoso della base, ma illuminato dal sole; non offriva un riparo piacevole, quindi ci rifugiammo rapidamente nelle tende e non rimpiansi affatto i soldi spesi per «il sacco a pelo migliore». Bob aveva i classici problemi di quota, mentre noi altri non avevamo difficoltà a parte un leggero mal di testa e l’ormai abituale insonnia. Se le condizioni meteorologiche fossero state favorevoli, avremmo dovuto impiegare quattro o cinque giorni per salire in vetta e tornare. Io tendo sempre alle varianti rapide, che finora si sono sempre dimostrate buone, perché aspettare il momento migliore di solito non porta proprio quel momento. Ognuno di noi mangiò nella propria tenda il pacchetto di cibo assegnato e, proprio quando cominciavo a sprofondare nel sonno tanto desiderato, Chris convocò un consiglio di guerra. Via radio aveva ricevuto dal ghiacciaio le previsioni per le successive quarantotto ore, che per il giorno seguente non portavano buone notizie. I venti avrebbero dovuto rinforzare e le temperature scendere un po’. Decidemmo di superare il peggioramento nelle tende al campo e poi di salire il più velocemente possibile e il più in alto possibile, magari persino fino alla vetta, senza un ulteriore campo d’alta quota, perché le previsioni a lungo termine indicavano, dopo circa un giorno di peggioramento, soltanto una breve finestra meteorologica nella quale forse avremmo potuto farcela. In realtà la decisione andava bene a tutti, perché il ritmo irregolare di giorno e notte ci aveva completamente scombussolati. Sciogliemmo un po’ di neve, ci infilammo nelle tende e mangiammo qualche dolce... Mi svegliò soltanto lo sbattere della parete della tenda. I venti erano aumentati sensibilmente e, nonostante il tempo soleggiato, non mi sembrava saggio salire lungo la cresta esposta. Ryan era evidentemente sveglio già da un po’. «Buongiorno, tesoro», riuscii appena a capire attraverso la maschera facciale in neoprene. Dal piumino e dagli occhiali intorno al suo «cappello grosso» dedussi che saremmo usciti. «Sei in ritardo», mi prese in giro e, con uno strano scintillio negli occhi, mi fece capire che faceva sul serio. Chris decise che ci saremmo spostati un gradino più in alto. Lungo il percorso erano state installate corde fisse lasciate dai predecessori che, data la difficoltà tecnica relativamente bassa, servivano soprattutto a proteggerci dalle violente raffiche che potevano sollevare chiunque da terra e poi... Partimmo a coppie, portando una sola tenda che al campo successivo avrebbe dovuto servire soltanto da riparo d’emergenza, magari per tutti insieme se necessario. Lasciammo le slitte e l’attrezzatura per cucinare in una buca nella neve accanto alle tende e infilammo negli zaini tutto ciò che pensavamo ci sarebbe servito. Bob, che da un po’ lamentava di sentirsi peggio, barcollava davanti a me. Il termometro era sceso ben oltre i quaranta sotto zero, cosa che, con raffiche intorno ai cento chilometri orari, rende impossibili persino le attività più comuni e semplici. In quota la disidratazione può costringere molto rapidamente un alpinista ad abbandonare l’obiettivo e, insieme ad altre condizioni disumane, può portarlo davanti al «giudizio finale», perciò bere continuamente è raccomandato e necessario. Tutto bene finché il liquido non deve anche essere eliminato. Urinare così, senza bottiglia e senza protezione in neoprene, può essere addirittura rovinoso per l’organo nel giro di pochi istanti, cosa che avevo quasi sperimentato il giorno prima quando avevo rischiato un «congelamento» dalla parte sbagliata. Ora lo so e preferisco trattenermi, almeno fino a qualche buca nella neve o a una tenda. Una pendenza superiore ai quaranta gradi e un ghiaccio a tratti quasi vetroso richiedevano concentrazione, nervi saldi e fiducia nel compagno all’altro capo della corda. Mi sentivo bene, perché percepivo sulla schiena lo sguardo del soldato americano delle forze speciali, quasi venti chilogrammi più pesante di me. Ci capivamo senza parole, sentivamo il dolore e la fatica l’uno dell’altro come se ci conoscessimo da molto tempo, come se avessimo già camminato insieme in passato. Sotto di noi si aprivano panorami che pochi occhi avevano visto. Le fitte nei polmoni gelati, i passi infinitamente lenti, il freddo mortale e il bisogno affannoso d’aria venivano spinti lontano nel pensiero subconscio, dissolti dal calore dell’orgoglio portato da ogni metro di quota. Forse proprio il mio piede era il primo ad aver mai messo piede in quel punto da quando esistiamo qui, su questo piccolo mondo eppure così vario: caldo, umido, secco, piatto, ripido, freddo e ghiacciato. In quel preciso momento eravamo probabilmente il gruppo di persone più solitario del pianeta, affidati soltanto a noi stessi, senza possibilità di aiuto in caso di incidente o mancanza di cibo. Più ci rendevamo conto di questo fatto, più forti diventavano i legami tra noi, legami che non vediamo e non descriviamo e che tuttavia erano l’unica cosa a cui potevamo aggrapparci quando diventava davvero difficile. Lentamente ci avvicinammo al punto in cui la guida aveva intenzione di montare un’altra tenda e scavare una buca nella neve. Ci mettemmo all’opera con fatica. Lavoravamo in modo coordinato e senza errori, così il vento e il freddo non ci causarono danni maggiori. Qui infatti non c’è vita per gli esseri umani, non c’è vita per nulla che possa vivere. Quasi mi vennero le lacrime per la fatica di una cosa semplice come avvolgere una corda; non potevo togliermi gli occhiali, la maschera o i guanti. La pelle può congelare in pochi istanti e persino i movimenti più semplici provocano stanchezza. Preparare un campo semplice ci portò via quasi due ore. Sistemammo blocchi tagliati di neve dura come frangivento; così potemmo montare la tenda, sederci al riparo e rimettere lentamente ordine nei pensieri. Due ore di riposo, fissando l’infinito ghiacciato sotto di noi e il cielo completamente azzurro sopra di noi, cambiano la percezione a cui siamo abituati nella quotidianità data per scontata. Per cinque persone provenienti da mondi e filosofie diverse, la ricerca della verità e del significato dell’esistenza divenne semplice e chiara. Viviamo per il momento, l’uno per l’altro, per un obiettivo comune così vicino, avvolto in nuvole gelide simili a ragnatele che piegano i potenti raggi del sole privi del filtro dell’ozono; per un obiettivo che per alcuni anni era stato soltanto un punto con un numero sul fondo di un globo impolverato. Tutto il resto è un segreto intrappolato nel ghiaccio eterno. Dopo un paio d’ore di riposo dubbio, Chris ci giudicò abbastanza grandi da affrontare gli ultimi metri. Ricordavo le mie escursioni precedenti: respirare attraverso una cannuccia sull’Aconcagua, le camminate in Patagonia, i compagni perduti sul Materhorn, lo sci dal Mont Blanc, le arrampicate sulle Dolomiti, la nostra Kredarica e la mia verde Begunjščica. Tutti quei momenti, purificati da paure che non si stancano mai, si unirono in una calda coppa di vittoria su tutto e su tutti quelli che hanno paura dei propri sogni.


















