In primavera siamo partiti per un paese lontano che, da qualche parte nel subconscio, continua a risvegliare lo spirito d’avventura e il pensiero del Terzo Mondo. Già il primo contatto con l’aeroporto di Pechino, capitale di ventidue milioni di abitanti che, a differenza di una città europea con un solo anello, dispone addirittura di otto raccordi autostradali, offre al turista un’impressione completamente diversa. La capitale cinese è moderna e quasi priva di inquinamento; scooter e automobili elettriche scorrono silenziosi per il centro, mentre i grattacieli trafiggono un cielo leggermente grigio che in questo periodo dell’anno viene anche velato dalla sabbia del deserto del Gobi a nord. Il prezzo di un appartamento in centro di ben 60 metri quadrati, che per un cinese non sono affatto pochi, supera il milione di euro. Le strade di sera sono sicure e piacevolmente illuminate, i centri commerciali restano aperti quasi tutta la notte e i prezzi dei beni sono astronomici. Le vie più arcaiche offrono spuntini a base di scorpioni arrostiti, piccioni, ratti, frutti di mare esotici, gatti, cani… Frequentare i ristorantini di strada, con sapori cinesi completamente diversi e, almeno per me, decisamente migliori di quelli a cui siamo abituati da noi, è sicuro e le intossicazioni alimentari sono quasi inesistenti.
La Città Proibita, pur privata di gran parte del suo antico splendore per opera di dignitari europei e comunisti cinesi, affascina e lascia senza fiato. L’enorme superficie, coperta da palazzi progettati fin nei minimi dettagli, le cui simmetrie sono determinate dai corpi celesti e dall’ingresso dei raggi solari attraverso le finestre delle camere da letto e degli ambienti di soggiorno, convince il viaggiatore che un tempo la Cina fosse la più grande tra le grandi e che probabilmente tornerà a esserlo. Piazza Tiananmen, con il suo sanguinoso passato recente dovuto a persone che, in nome del popolo, ne fucilarono una grande parte, è una distesa sconfinata lastricata con precisione millimetrica. Da lì si vede al meglio il ritratto quasi infantilmente ornato di Mao Zedong con la Città Proibita sullo sfondo, mentre dall’altra parte sorgono palazzi governativi squadrati in stile sovietico. Il prestigio e la grandiosità, con pochi paragoni sul pianeta, testimoniano quanto siamo ancora molto, molto lontani dalla democrazia e dall’umanità.
Diverse aziende propongono visite ai numerosi palazzi imperiali della città, più o meno molto simili tra loro. Noi abbiamo visitato anche la residenza estiva imperiale, circa cento chilometri fuori Pechino, dove splendidi giardini e bonsai invitano abitanti e turisti a riposare in una quiete che un tempo poteva godersi soltanto l’imperatore. Una splendida giornata presso gli stagni mi è stata in parte rovinata dalla puntura di un calabrone gigante asiatico (Vespa mandarinia) e, credetemi, è meglio tenersene molto alla larga. Alla vista del mio braccio, gonfio dalle dita fino alla spalla e molto, molto dolorante, alla nostra guida quasi si fermò il cuore. Solo dopo due giorni riuscii a iniziare a muovere con cautela il povero arto.
Qualche centinaio di chilometri a sud di Pechino siamo saliti su un’interessante montagna rocciosa alta quasi mille metri, nella quale sono stati scavati quasi 100.000 gradini, frutto del lavoro di diligenti monaci nell’arco di tre secoli. Dalla cima, oltre pareti verticali e ripidissime, di solito avvolte nella foschia, monasteri e cappelle costruiti nella roccia dominano il paesaggio. Si può salire sulla montagna in funivia oppure, per chi è davvero ben allenato e non soffre di vertigini, percorrendo gradini vecchi di mille anni.
La Grande Muraglia cinese era la meta del nostro viaggio. È possibile raggiungerla in diversi punti: alcuni sono molto affollati e ben organizzati, altri, molti dei quali ancora quasi sconosciuti, sono nascosti nella natura selvaggia da qualche parte tra la Mongolia e la Cina settentrionale. La si vede dalla Luna, dicono quelli che ci sono stati; dunque bisogna vederla anche da vicino. Non ve ne pentirete.
La Città Proibita, pur privata di gran parte del suo antico splendore per opera di dignitari europei e comunisti cinesi, affascina e lascia senza fiato. L’enorme superficie, coperta da palazzi progettati fin nei minimi dettagli, le cui simmetrie sono determinate dai corpi celesti e dall’ingresso dei raggi solari attraverso le finestre delle camere da letto e degli ambienti di soggiorno, convince il viaggiatore che un tempo la Cina fosse la più grande tra le grandi e che probabilmente tornerà a esserlo. Piazza Tiananmen, con il suo sanguinoso passato recente dovuto a persone che, in nome del popolo, ne fucilarono una grande parte, è una distesa sconfinata lastricata con precisione millimetrica. Da lì si vede al meglio il ritratto quasi infantilmente ornato di Mao Zedong con la Città Proibita sullo sfondo, mentre dall’altra parte sorgono palazzi governativi squadrati in stile sovietico. Il prestigio e la grandiosità, con pochi paragoni sul pianeta, testimoniano quanto siamo ancora molto, molto lontani dalla democrazia e dall’umanità.
Diverse aziende propongono visite ai numerosi palazzi imperiali della città, più o meno molto simili tra loro. Noi abbiamo visitato anche la residenza estiva imperiale, circa cento chilometri fuori Pechino, dove splendidi giardini e bonsai invitano abitanti e turisti a riposare in una quiete che un tempo poteva godersi soltanto l’imperatore. Una splendida giornata presso gli stagni mi è stata in parte rovinata dalla puntura di un calabrone gigante asiatico (Vespa mandarinia) e, credetemi, è meglio tenersene molto alla larga. Alla vista del mio braccio, gonfio dalle dita fino alla spalla e molto, molto dolorante, alla nostra guida quasi si fermò il cuore. Solo dopo due giorni riuscii a iniziare a muovere con cautela il povero arto.
Qualche centinaio di chilometri a sud di Pechino siamo saliti su un’interessante montagna rocciosa alta quasi mille metri, nella quale sono stati scavati quasi 100.000 gradini, frutto del lavoro di diligenti monaci nell’arco di tre secoli. Dalla cima, oltre pareti verticali e ripidissime, di solito avvolte nella foschia, monasteri e cappelle costruiti nella roccia dominano il paesaggio. Si può salire sulla montagna in funivia oppure, per chi è davvero ben allenato e non soffre di vertigini, percorrendo gradini vecchi di mille anni.
La Grande Muraglia cinese era la meta del nostro viaggio. È possibile raggiungerla in diversi punti: alcuni sono molto affollati e ben organizzati, altri, molti dei quali ancora quasi sconosciuti, sono nascosti nella natura selvaggia da qualche parte tra la Mongolia e la Cina settentrionale. La si vede dalla Luna, dicono quelli che ci sono stati; dunque bisogna vederla anche da vicino. Non ve ne pentirete.




























