La quarta isola più grande del mondo, al largo dell’Africa meridionale, guarda dall’Oceano Indiano verso il Mozambico politicamente instabile, dove squali balena e mante si avvicinano alle spiagge di sabbia più belle fino alla distanza di una barca da pesca. Da Parigi la coloniale Air France ci ha portati direttamente ad Antananarivo o, in malgascio, nella città dei mille soldati. L’aeroporto, semplice e cordiale, almeno in apparenza non intimorisce con gruppi di poliziotti e soldati, cosa che spesso ci aveva sorpreso entrando in altri paesi del Terzo Mondo; persino la burocrazia aeroportuale non è in rapporto con il mancato sviluppo del paese, come spesso accade altrove. La città conta poco meno di due milioni di abitanti, il paese oltre venti milioni, qualche milione in più o in meno, e la maggior parte guarda la soglia di povertà dal basso verso l’alto, proprio come guarda la parte della città sulla collina riservata ad ambasciatori, politici e hotel migliori. Le acque reflue, in alcuni punti raccolte in canali di scolo aperti, nutrono cani randagi e poveri, mentre la sirena di un’ambulanza suscita la speranza di tempi migliori, quando forse qualche punto percentuale in più della popolazione potrà permettersi cure mediche. Strade incredibilmente dissestate per un europeo ci hanno condotti verso la costa orientale attraverso l’isola montuosa e savanica, qua e là punteggiata da piccoli villaggi dove non hanno ancora sentito parlare di elettricità, servizi igienici, un piatto pieno e scuola elementare. Le coste intorno a Morondava offrono ai pochi bianchi il sole sulla sabbia bianca e rovente, mentre albe e tramonti da sogno accompagnano i pescatori su arcaiche barche di legno nella caccia quotidiana nelle calde acque dell’Oceano Indiano. La vista delle capanne di legno con tetti d’erba degli abitanti dalla pelle scura, che non assomigliano più agli arabi che per primi avrebbero popolato l’isola ma appaiono più africani, è probabilmente la stessa che videro gli oppressori bianchi che, in nome della croce, portarono sull’isola peste, influenza e vera povertà. Riuscirono a cristianizzare soltanto un terzo della popolazione, che per la maggior parte continua quindi a credere nelle forze originarie che fanno girare questo povero pianeta. Dalle spiagge da sogno, interminabili, Air Madagascar, che tra l’altro non dispone ancora dell’autorizzazione ad atterrare in Europa, ci ha portati sul versante orientale, dove il clima è l’esatto opposto di quello occidentale: umido, molto più fresco, per lo più nuvoloso e favorevole alla crescita di una fitta foresta pluviale che ospita più di mille diverse specie vegetali. A causa dell’insolito e isolato corso dell’evoluzione su questo pezzo di terra, separatosi da madre Africa già 160 milioni di anni fa, la maggior parte di esse cresce soltanto qui. Anche gli animali hanno conosciuto un simile isolamento evolutivo e ci sembrava di essere su un altro pianeta mentre attraversavamo la fitta foresta pluviale togliendoci dai cappelli le ragnatele di ragni giganteschi. Le grida dei lemuri, considerati antenati dei primati, risuonavano tra le chiome di alberi e palme vecchi di centinaia di anni. Si avvicinavano, molto, come se volessero dirci che forse sarebbe ora di mettere giudizio: anche i nostri parenti pelosi hanno una casa, lasciamogliela, almeno ancora per un po’, almeno fino al prossimo impatto di un grande meteorite che azzererà di nuovo il corso dell’evoluzione e forse allora la specie dominante si prenderà un po’ più cura della propria unica casa. Da lontano, dalla terrazza di un hotel dove una birra costa quanto lo stipendio medio mensile di un abitante sporco e in quel momento minacciato dalla peste, la capitale appare variopinta, soleggiata, indimenticabile, circondata da risaie e ornata da acacie dai fiori blu che qui ricordano grandi querce europee. Ho camminato per le strade della città bassa e nei villaggi remoti di un paese solo in parte alfabetizzato e non riesco a sottrarmi alla responsabilità indiretta e silenziosa che dovremmo sentire tutti noi che, da morbide poltrone davanti ai programmi dei canali britannici e americani di “divulgazione scientifica”, osserviamo un mondo che cerchiamo di aiutare e sviluppare con gli scarti del nostro stesso sviluppo, che hanno soltanto disseminato di rifiuti un mondo originario. Pochi missionari, soprattutto per far sentire meglio il Vaticano e rendere un po’ più pulita la coscienza della grande croce, cercano di sfamare una piccola parte della popolazione e di servirle i sottoprodotti di una vorace industria farmaceutica. Le uniformi blu dei bambini malgasci sempre sorridenti, discendenti di genitori amichevoli e colonizzati, ricordano purtroppo gli abiti blu dei loro antenati schiavi, che di nascosto facevano tintinnare le catene dei padroni europei.