Per un momento interrompo il respiro profondamente affaticato, perché dopo quattro lunghe notti insonni e giornate incredibilmente estenuanti, il suo ritmo ininterrotto e il rimbombo nelle orecchie sono assordanti, quasi soffocanti. Cerco di ricordare il mio numero di telefono e di contare all’indietro da mille, ma non ci riesco. Il cervello è intorpidito, come avvelenato, e vive dell’ossigeno dosato con precisione, compresso in una bombola da quattro chilogrammi, mezza vuota, che porto sulle spalle doloranti. Piccole particelle ghiacciate danzano tra me e una luna quasi minacciosamente grande, che oggi mi è qualche chilometro più vicina del solito. La luce fredda della lampada frontale si impiglia nei fiori bianchi cresciuti sulle mie ciglia nei pochi secondi trascorsi da quando ho staccato gli occhiali da sci dalla pelle. Il corpo sembra non avere più né braccia né gambe e, quando inspiro di nuovo profondamente, un dolore intenso mi attraversa le punte delle dita; sono ancora vivo, mi rendo conto, anche se mi trovo in un ambiente che permette a pochissimi di vivere. Pianto la piccozza e decido di lasciare raffreddare le dita mentre mi tolgo i guanti troppo grandi e cerco con la videocamera di catturare la prima luce da est, poi la giro verso di me e registro un momento che probabilmente non si ripeterà mai più. Sono le quattro e mezza del mattino, ora cinese, del 16 maggio 2017; come diciottesimo sloveno, decimo ancora in vita, mi trovo sulla vetta più alta del mondo e sono troppo stanco per comprendere ciò che mi è stato concesso. Inserisco in una piccola piramide di pietre la fotografia della mia famiglia, che per sette lunghe settimane si è scolorita nella tasca della tuta d’alta quota, e metto in tasca un piccolo sassolino che avevo promesso a Rebeka e Karin.
Il 2 aprile, in maniche corte e dopo inevitabili complicazioni burocratiche all’aeroporto di Venezia per il bagaglio troppo pesante, ho salutato per due mesi mia moglie Melita e le nostre due figlie. È difficile separarsi da qualcosa che si ama, di cui ci si prende cura e per cui si vive, ma nella vita di solito non c’è altra scelta; mi accompagna però sempre il pensiero caldo, quasi familiare, del nuovo incontro che, almeno spero, sarà bello almeno quanto è difficile il distacco. A volte sembra che per tutta la vita torniamo a casa, ed è la cosa più bella, ma per poterlo fare bisogna anche partire.
Il volo via Istanbul e Delhi fino a Kathmandu fu tranquillo, con i pensieri divisi tra il saluto alla famiglia e l’atteso incontro con persone che non avevo mai conosciuto e che, tra le altre cose, avrebbero influenzato il mio stato d’animo nelle settimane successive. Lo shock culturale al primo sguardo su Kathmandu è indescrivibile. Un crogiolo di culture, religioni, nazioni, malattie e sporcizia di strada ribolle a trenta gradi di vibrazioni e di una sensazione di eternità. Dal finestrino di un furgone mezzo distrutto e con le gomme poco gonfie, inviato all’aeroporto dalla Makalu Adventures, respiravo la polvere densa che si alzava ovunque sopra la città, mescolata al profumo di fiori rosso vivo legati in una ghirlanda che un autista sdentato e chiaramente insonne mi aveva messo al collo già all’aeroporto. L’ospitalità orientale mi attendeva in un piccolo albergo nella vecchia Kathmandu, nel quartiere chiamato Thamal. Qui è normale un numero eccessivo di addetti che passano tutta la giornata a contendersi le mance. Le distanze tra chi è povero per scelta e per convinzioni religiose, o povero a causa del sistema, e dall’altra parte i ricchi proprietari, politici, funzionari, trafficanti di droga… sono invalicabili da mille anni e probabilmente lo resteranno per altri mille; il modo di pensare europeo o “più avanzato” è pura utopia. Rifiutai il diffusissimo “welcome drink”, perché non volevo avvelenarmi già il primo giorno con qualche esotismo batterico; ormai i padroni di casa non si offendono più, essendosi abituati ai mollaccioni di un altro mondo. Poco dopo incontrai il capo della spedizione, un “iron man” alto 170 cm e pesante 65 chilogrammi, che a quarantasette anni consuma diligentemente gli incisivi stringendoli durante allenamenti disumani che svolge a Dubai, sebbene sia un tipico inglese che si è semplicemente stancato del brutto tempo. Poco dopo arrivarono sudati anche Martin e Mark e solo verso sera Tony: quindi l’intera squadra, tutti con esperienze simili nel viaggio fino al Nepal e con un solo desiderio: “andiamo sull’Everest”. Il capo mi assegnò come compagno di stanza Martin, un americano alto, il più giovane della squadra, per il quale le magliette sembravano non essere mai abbastanza grandi e la cui acconciatura tradiva un passato militare. Al poveretto anche il letto era troppo piccolo, e quello non sembrava certo essere l’unico problema, perché riempiva diligentemente il suo vocabolario con il ripetuto “fuck” e con tutte le possibili varianti sintattiche sul tema. Anche Mark e Tony furono messi insieme. Il primo è un avventuriero esperto che, fino al giorno di questa nuova avventura scelta, aveva già corso più volte attraverso l’Alaska, attraversato la Groenlandia e percorso a piedi anche il Sahara; molto ordinato, eccessivamente dimagrito e, almeno a prima vista, un britannico molto ragionevole e responsabile. Il secondo è proprietario di un’impresa di pompe funebri, quarantottenne un po’ meno muscoloso, con già esperienza d’alta quota sulle vette himalayane, molto ricco e piacevole ma con cattive abitudini igieniche, perché secondo lui in spedizioni del genere non ha senso cambiarsi o lavarsi, dato che alla fine nessuno ti guarda; mi sembrò una deformazione professionale del tutto comprensibile.
Dopo due giorni di adattamento al nuovo ambiente, escursioni gastronomiche nella capitale e acquisti nei negozi meglio forniti che avessi mai visto, partimmo per acclimatarci nella parte nepalese dell’Himalaya, nel villaggio di Manang, punto di partenza per le escursioni nell’area dell’Annapurna. Per dirla in modo moderato, il viaggio fu epico e nessuno della squadra se lo aspettava. Per due giorni interi, più di quarantotto ore, soffrimmo su fuoristrada di produzione indiana, senza sospensioni percepibili né ventilazione e con innumerevoli guasti, per percorrere 120 chilometri di strada sterrata. Le strade sono interrotte da frane, alberi caduti, capre e yak morti, e da cascate alte decine di metri, le uniche a lavare i nostri veicoli e a inzuppare i mucchi di attrezzatura sui portapacchi aperti, ulteriormente riempiti da viaggiatori locali rimasti a piedi, che saltavano semplicemente sull’auto in movimento approfittando della versione nepalese di GoOpti. Glutei spellati e colonne doloranti, sedili vomitati e polmoni pieni di polvere stradale “da tetano” furono un piccolo aspetto negativo rispetto all’esperienza, ai panorami indimenticabili dei primi ottomila, agli abitanti rimasti come intrappolati nell’età della pietra e al cibo primordiale cucinato su focolari vecchi di mille anni. Manang ci ospitò per dieci indimenticabili giorni di primavera. Ogni giorno salivamo un po’ più in alto, infine fino a poco meno di seimila metri, sotto Pisang, di fronte all’Annapurna II, sopra l’ampia valle che fa parte del Parco Nazionale dell’Annapurna e dove mi rubarono i nuovi e costosi pantaloni da trekking. Imparammo le basi del buddismo, superammo le prime infezioni intestinali e ascoltammo le incredibili storie degli abitanti, che probabilmente raccontano da un secolo: chi potrebbe biasimarli, visto che per otto lunghi mesi invernali sono isolati dal mondo dalla strada innevata e impraticabile e sono sicuramente tra le persone più sole del pianeta. A far loro compagnia, salvo nella breve stagione estiva dell’alpinismo, sono gli animali domestici, che non di rado svernano negli stessi ambienti dei proprietari. Nessuno era felice del viaggio di ritorno a Kathmandu, durante il quale, per inciso, perdemmo anche la ruota posteriore destra e poi aspettammo dieci ore un veicolo “nuovo”.
Dopo due giorni di riposo partimmo da Kathmandu verso Lhasa, attraversando l’Himalaya e vedendo per la prima volta, anche se da lontano, l’Everest, illuminato dal sole, ornato da alcune nubi cumuliformi e dalla sua caratteristica bandiera di vento, perché in aprile forti correnti d’aria continuano a imperversare sulla montagna rendendo impossibile l’accesso. I passeggeri si tolsero le cuffie, le conversazioni si spensero e l’aereo si inclinò verso destra, perché tutti si erano ammassati sul lato rivolto verso la Dea Madre della Terra, “Chomolungma”. Il paesaggio sotto di noi cambiò rapidamente da verde e relativamente ben popolato a brullo, coperto soltanto da erba rada, tagliato da fiumi impetuosi e disabitato. Stavamo infatti per atterrare in Tibet, sul tetto del mondo.
Lhasa, capitale di due milioni di abitanti, non ci sorprese con il mal di montagna come accade alla maggior parte dei turisti, poiché eravamo già ben acclimatati, bensì con la pulizia, l’ordine quasi militare, le ottime strade larghe e lisce, la videosorveglianza costante e la splendida immagine notturna della città vecchia. Avevamo a disposizione due notti e tre giorni, più che sufficienti per visitare il Potala, palazzo del Dalai Lama in esilio, assaggiare il cibo locale, che sorprendentemente ci lasciò senza disturbi digestivi ma con la mucosa orale bruciata, visitare migliaia di negozi pieni di originali contraffazioni cinesi dei marchi più costosi del mondo e godere della vecchia Lhasa, colma dei misteriosi profumi degli incensi di preghiera e dei suoni mormoranti di preghiere millenarie.
Ci attendeva un lungo viaggio fino al campo base, lungo una strada ben asfaltata, la celebre Friendship Highway che collega Lhasa e Kathmandu, concepita già ai tempi delle Vie della Seta, quando questa parte del mondo era cruciale per il commercio tra le regioni più sviluppate: la Cina da una parte, l’India e il Medio Oriente dall’altra; quando i cavalli più costosi del mondo provenivano dal Tibet occidentale e i cammelli più preziosi dal Gobi potevano camminare trenta giorni senza acqua né cibo attraverso gli ostacoli inimmaginabili dell’Himalaya e del Karakorum; quando la seta era una valuta e il mondo non era ancora corrotto come oggi, quando le guerre e il destino dei popoli sono decisi da alte cifre immaginarie sui terminali bancari dell’America e della Svizzera. Guardando la nuovissima ferrovia che accompagna la strada e raggiunge passi oltre i cinquemila metri, nella quale sono stati investiti diverse decine di miliardi di dollari statunitensi, naturalmente cinesi, ebbi la sensazione che gli ultimi cinquant’anni fossero stati soltanto un breve e triste periodo comunista nella storia plurimillenaria della Cina, una storia che insegna che la Cina si rialzerà e riconquisterà l’antico brillante prestigio di prima e più sviluppata.
Durante il percorso pernottammo a Shigatse, la seconda città più grande del Tibet, e poi nella molto più piccola e trascurata Tingri. Dopo quattro giorni arrivammo al campo base; io un po’ dopo il gruppo, perché dal passo più alto, a 5.200 metri, dovetti tornare a Tingri, dove si trova un ospedale per il mal di montagna. Avevamo infatti avuto un incidente stradale a poco più di cinquemila metri di quota. L’autista svenne per la mancanza di ossigeno e uscì di strada, fortunatamente dalla parte giusta. Mi offrii di accompagnarlo indietro per ricevere assistenza ospedaliera e arrivai quindi al campo base dodici ore più tardi, ma in cambio ebbi un passaggio su un veicolo militare e il rispetto del personale militare, che per pura noia mi accompagnò volentieri fino al campo base con una Mercedes d’emergenza illuminata dai lampeggianti.
I suoni delle cerniere delle tende e dei sacchi a pelo, i colpi di tosse per l’aria secca, il profumo del primo caffè e il sole che improvvisamente scaldò l’interno della tenda: “Eccoci”. Per ciascuno della squadra, la prima mattina al campo base curò beneficamente i pensieri notturni di nostalgia di casa, e poi: “Oh my God, fuck me, Thomas, wake up Thomas…”, le parole del mio compagno di stanza Martin quando, con gli occhi socchiusi, si girò per la prima volta verso la parete magnificamente illuminata del nostro obiettivo. La prima Puja, o preghiera con gli Sherpa, ci sorprese per la sua calma e il suo mistero già subito dopo la prima colazione. Benedissero la nostra attrezzatura; senza questo rito gli Sherpa rifiutano di collaborare. Nel vento freddo, durante la preghiera del Lama, portato appositamente da Lhasa per l’evento, lanciammo chicchi di riso e, a un solo passo dal Nirvana, per un momento ci trasferimmo sulla vetta dove vivono i demoni, che ascoltavano la nostra richiesta di lasciarci avvicinare.
Già il primo giorno iniziammo con facili salite di acclimatazione sulle vicine cime di seimila metri, attraversando terreni sassosi, asciutti e senza sentiero, in alcuni punti ghiacciati, accompagnati da uccelli impavidi simili a fagiani e da capre di montagna simili ai nostri mufloni. Da quasi ogni punto potevamo vedere l’Everest, il più delle volte limpido, talvolta leggermente coperto, nella luce del mattino o della sera, un po’ più o un po’ meno innevato, e costruivamo un rapporto con il più alto, con il desiderio più forte che lo spirito esploratore di un individuo possa sopportare: arrivare presto in vetta. Nell’attesa e nei desideri condivisi della squadra, nelle tende private o comuni, senza telefoni, connessioni internet, radio, cibo di casa, persone di casa, problemi quotidiani, fretta o impazienza, passarono i giorni, finché arrivò il giorno in cui ci dirigemmo per la prima volta verso l’Everest, verso il cosiddetto ABC o Campo Base Avanzato, passando per il campo intermedio o “yak shit camp”, dove per fortuna dormimmo una sola volta. Camminavamo portando soltanto l’attrezzatura personale; tutto il resto era trasportato dagli yak, piccoli bovini dal pelo lungo e incredibilmente resistenti. Una carovana di trecentocinquanta animali e diverse decine di alpinisti, sherpa, portatori, cuochi, guide, accompagnatori, operatori video… si spostò per due giorni su un ghiacciaio pieno di pinnacoli di ghiaccio appuntiti, crepacci nascosti e ruscelli. I magnifici panorami sulle cime vicine e sui laghi glaciali erano ulteriormente animati da un tempo estremamente mutevole, che in dieci minuti poteva passare da una nevicata a una calda giornata di sole e poi tornare indietro.
L’ABC, alla rispettabile quota di 6.400 metri sul livello del mare, provocò in molti i primi segni del mal di montagna. Respirazione simile a quella di un ottantenne in terapia intensiva, vomito, diarrea, mal di testa, abbattimento, perdita di appetito, congelamenti, dolori… quando diventano insopportabili fanno tornare indietro, più in basso. Qui non ci sono più curiosi che a volte invadono il campo base e fotografano gli alpinisti come se fossero la nona meraviglia del mondo; qui non si arriva senza una buona acclimatazione precedente e una volontà ferrea. Questo è il mondo che aspettavamo e che, in fondo, spaventava un po’ ciascuno di noi e faceva nascere la domanda più frequente: ne sono capace oppure no…
Il campo è relativamente ben attrezzato, in modo simile al campo base. Le tende erano già montate e anche qui ciascuno aveva la propria, cosa che a un osservatore può sembrare poco importante, ma lassù un po’ di privacy e un minimo di comodità fanno davvero bene. La tenda comune era grande, così come quella della cucina. Ci mancava il cuoco nepalese del campo base, un monaco in pensione che ci sorprendeva sempre con nuovi sapori indiani e nepalesi. Ogni mattina l’ambiente era nuovamente imbiancato, ma entro le undici il vento persistente aveva già ripulito bene il campo.
Dopo alcuni giorni seguì la salita al North Col, o Camp I. L’esperienza che avevamo aspettato tanto: per la prima volta sopra i settemila metri, per la prima volta con l’abbigliamento d’alta quota, per la prima volta così vicini alla piramide scura che sfiora quasi i nove chilometri e che per gli abitanti del luogo rappresenta una scala verso il cielo, o Kaf, un concetto comune a molte religioni del pianeta. Ci accompagnò un tempo splendido. Raggiunsi l’obiettivo eccezionalmente in fretta, primo tra i compagni. Dopo quattro ore e mezza di salita sul ghiacciaio insidioso respirai l’aria più rarefatta che avessi mai respirato fino ad allora e mi guadagnai il rispetto dei due sherpa principali, che da quel giorno mi guardarono in modo diverso e mi attribuirono il titolo di “super fit doc”. La simpatia degli sherpa è di grande importanza in questo ambiente, come si dimostrò più tardi quando il primo di loro, di nome Prba, raggiunse la vetta per la tredicesima volta insieme a me e mi fornì sostegno psicologico con la sua presenza e la sua esperienza.
Le tre settimane successive furono dedicate alle cosiddette rotazioni. Dopo ogni salita, un po’ più alta e più lunga, durante la quale dormivamo ogni volta più in alto, scendevamo di nuovo al campo base. Complessivamente percorremmo oltre cento chilometri, il cui punto più basso è più alto del Monte Bianco. Prima della salita finale avevamo accumulato oltre 20 chilometri di dislivello e migliorato il quadro ematico fino a incredibili 175–180 unità di emoglobina, spingendo il corpo ai limiti estremi della resistenza. Nonostante tutto, nel gruppo più ristretto non avemmo complicazioni da mal di montagna e non fummo costretti ad assumere prematuramente Diamox o desametasone. Tutto indicava che eravamo un gruppo eccezionalmente forte e omogeneo.
Il 12 maggio, previsioni meteorologiche piuttosto diverse, appartenenti a due ricche società di spedizioni, la russa Seven Summits e la svizzera Garry Kogel, annunciavano la prima finestra di bel tempo per il 16 maggio. Secondo il nostro programma, quello era il primo giorno destinato alla salita finale verso la vetta, mentre avevamo altri quattordici giorni di riserva nel caso in cui il tempo fosse stato troppo capriccioso. Eravamo all’ABC quando Martin arrivò ansimando alla mia tenda: “Tomas, boss is calling us…”. La decisione era presa: andiamo in vetta. L’entusiasmo era impossibile da nascondere. L’attrezzatura già controllata mille volte, bombole, regolatori, cibo, batterie di riserva, lampade, videocamere, telefoni, thermos, piccozze, ramponi… tutto tintinnava nelle tende con quella melodia così familiare di azione, attesa e tensione: andiamo, andiamo, andiamo…
Primo giorno fino al North Col. A causa del peso dell’attrezzatura salivo più lentamente di tutti; inoltre cercavo di risparmiarmi per la fine, perché lassù sopra gli 8.300 metri, dove fino a quel momento ero andato soltanto con il pensiero, a quanto pare sarebbe stata dura. Raggiunsi il Camp I verso le sei di sera e iniziai le normali procedure per restare in vita: sciogliere neve, cucinare una zuppa, mangiare senza particolare entusiasmo, urinare in una bottiglia graduata e anche andare di corpo è una necessità, cosa che sembra semplice ma non lo è. Durante la notte al North Col mi tolsi gli scarponi per l’ultima volta per far respirare i piedi; cambiare la biancheria intima tanto non ha alcun senso.
Una splendida mattina gelida scacciò la notte insonne; la luce e i raggi del sole risvegliano sempre una nuova speranza e la volontà di sorseggiare l’ossigeno rarefatto, che di notte in molti si spegne. Così si addormentò per sempre anche il nostro amico Frank, un australiano che, nonostante la magnificenza del suo paese e la grandiosità della barriera corallina, cercava l’avventura come guida su questa fredda montagna. Che rimanga qui, decidemmo; avremmo portato anche il suo karma verso la vetta. Alle nove del mattino iniziammo a salire verso il Camp II, obiettivo del secondo giorno a 7.900 metri. Decisi di non iniziare ancora a consumare ossigeno supplementare, ma portai comunque una bombola più in alto, anche se lassù me ne aspettavano altre due, quelle che gli sherpa avevano consegnato dieci giorni prima. Impiegai quasi dieci ore per poco più di ottocento metri di dislivello e, a dire il vero, con tutto quel peso sulla schiena non fu facile. Le corde fisse facilitarono molto il lavoro e mi proteggevano anche dalle forti raffiche di vento che a tratti cercavano di staccarmi dalla superficie ghiacciata.
Il Camp II significa il doppio dei problemi del Camp I, almeno questo mi attraversò la mente mentre mi infilavo nella tenda, che si reggeva a malapena su un terreno irregolare e del tutto inadatto. Le vedute serali verso il Cho Oyu, il nostro vicino alto 8.300 metri, e verso la vetta sempre più vicina erano divine; riscaldavano l’anima, cosa utile perché qui era molto più difficile sciogliere l’acqua che più in basso. Ci attendeva una notte troppo lunga: il tremore della tenda, i dolori in tutto il corpo che non riesce a riposare sulle rocce appuntite, le conversazioni faticose, in cui ogni parola è interrotta da un respiro pesante. Iniziai ad assumere una dose preventiva di desametasone: ora o mai più; domani sera andiamo in vetta.
La mattina del 15 maggio era leggermente nuvolosa; dalla coperta color crema spuntavano soltanto gli ottomila, mentre sopra di noi il cielo era limpido, quasi nero, e si sarebbe potuto dire che vedevo le stelle in pieno giorno. Ci aspettava la zona della morte, il mondo sopra gli ottomila metri; preparai il regolatore dell’ossigeno e la bombola. Sapevo di dover eseguire il compito il più rapidamente possibile, senza esitazioni e con un piano preparato in anticipo, compreso quello di riserva nel caso in cui qualcosa non fosse andato bene, perché a questa quota nessuno è in grado di prendere decisioni razionali. Il pendio verso il Camp III ha un’inclinazione di circa cinquanta gradi, è prevalentemente roccioso e in alcuni punti ghiacciato. Sul versante nord, salendo di quota, la neve diminuisce sempre più, perché nulla resiste ai venti da uragano. I quattrocento metri di dislivello fino al Camp III mi portarono via molta forza, soprattutto perché il vento si calmò quasi del tutto e all’interno della tuta in piuma d’alta quota diventò piuttosto caldo. Mi concessi due litri di ossigeno al minuto, quantità con cui una bombola basta per otto ore di cammino. I pensieri diventavano sempre più ottusi, gli slanci emotivi che sarebbero stati normali con i panorami offerti nella valle diventavano sempre più rari; il cervello comincia lentamente a morire.
Alle due del pomeriggio raggiunsi insieme al capo il Camp III a 8.300 metri; gli altri erano molto indietro. Il piccolo uomo d’acciaio mostrò la sua vera forza e capii che cosa significano esperienza, scelta del momento giusto e prudenza. Il capo è il capo, e per un motivo. Ordinò riposo fino alle nove di sera, poi salita notturna alla vetta. Due ore dopo di noi arrivarono anche Martin e Mark. Il primo era visibilmente esausto, per nulla militare, ansimava con una frequenza respiratoria da coniglio e, nelle pause tra un respiro e l’altro, cercava di farmi capire a parole isolate che aveva bisogno di una bombola di ossigeno in più. Mark invece, tranquillo come sempre, si lasciò cadere davanti alla tenda con un britannico e leggermente arrossato “hello” e, con un sorriso congelato, fece capire che sarebbe andato tutto bene.
Prba si avvicinò lentamente alla tenda, non più così elastico da sherpa né così vistosamente instancabile nel respiro come al solito, e mi comunicò la notizia sconvolgente: il “boss” aveva ricevuto dall’ufficio inglese il triste ordine secondo cui la finestra di bel tempo non sarebbe durata fino a metà del giorno successivo e, a causa dei venti da uragano previsti, avremmo dovuto tornare a valle. Quello che avrebbe potuto essere uno scherzo non male fu rovinato dallo sguardo molto serio, quasi in lacrime, di un uomo che probabilmente non aveva mai pianto in vita sua. Eravamo sconvolti e trattenemmo quel respiro d’aria celeste già fin troppo raro. Ancora oggi non so come abbia osato contraddire il capo e semplicemente rantolare che io sarei andato in vetta e gli altri potevano fare come volevano. Come sempre quando ho un grosso problema, anche questa volta mi rivolsi a mia moglie Melita, che durante tutta la salita, davanti al computer di casa, aveva seguito attentamente i nostri movimenti resi visibili dalla tecnologia moderna e anche il tempo, quella variabile capricciosa che su questa montagna decide sempre il destino delle persone. Capì subito la nostra difficoltà e, nonostante la differenza di fuso orario, chiamò uno specialista americano di previsioni meteorologiche per l’area dell’Everest, il quale, per grazia di Dio e naturalmente dietro un compenso salato, fornì una previsione secondo cui i venti sarebbero arrivati circa otto ore più tardi rispetto alla previsione inglese. Comunicai al capo la notizia e la conseguente decisione ferma che, indipendentemente dalle conseguenze legali o di altro tipo, sarei partito per la vetta; in silenzio sapevo che rispettava la mia volontà e si fidava di me. Spensi la radio e tagliai il cordone ombelicale: “ora sono solo”. I pensieri lenti cominciarono gradualmente a ordinarsi; il comportamento robotico che per sette settimane ciascuno di noi aveva provato nella propria mente acquistò il suo vero significato. Si attivò il protocollo: preparare lo zaino, sciogliere la neve, controllare i regolatori dell’ossigeno, pesare le bombole, idratarsi, urinare, sistemare i pannelli solari e fare l’ultima ricarica delle batterie della videocamera e del telefono, ingoiare compresse e, infine, controllare ancora una volta la fotografia della famiglia, stropicciata per settimane nella tasca più sicura della tuta d’alta quota; l’avrei lasciata sulla vetta. Registrai un ultimo video e con quello salutai la famiglia. Soltanto una leggera brezza da ovest, che portava il profumo di casa, faceva tremare dolcemente il nostro ultimo riparo. Sentivo il sole al tramonto sulle strette strisce del viso non coperte dagli occhiali o dalla maschera dell’ossigeno. Anche Martin e Mark decisero di unirsi a me nonostante l’opposizione del capo. Alle nove di sera i compagni, che avevano percepito la mia ossessione e determinazione, la fiducia nelle informazioni meteorologiche di Melita e il karma che ci univa, capirono che ero pronto. Non parlammo molto, finché Mark, estremamente taciturno, decise: “Let’s see where demons live…” Poco dopo, già nel buio totale, raggiungemmo il First Step, una parete di dieci metri abbastanza verticale attraversata da una corda fissa. Aprii completamente il regolatore dell’ossigeno. Il lavoro delle braccia e la tensione di tutto il corpo consumano molto più ossigeno del semplice camminare in salita. I compagni rimasero un po’ indietro. Seguii una cresta stretta che, nel forte chiarore lunare, sembrava un sentiero sottile; tutto il resto era oscurità nera. Spensi la lampada frontale, forse si poteva fare anche senza. Per qualche istante gli occhi si disabituarono dal fascio stretto e abbagliante che mi mostrava la posizione delle corde fisse. Sopra di me si aprì una sabbiera delle stelle più luminose, la galassia chiaramente visibile, come se stessi davvero camminando verso il cielo. Trattenni il respiro e compresi che cosa fosse il silenzio. Non ricordo più ogni passo e ogni panorama; probabilmente l’ipossia cancella alcuni dati, ma il Second Step, o la cosiddetta scala cinese, non si può dimenticare. Attraverso tre tratti consecutivi rocciosi, ghiacciati e piuttosto ripidi si intreccia un fascio di corde irrigidite, appartenenti a quasi tutte le spedizioni passate, che il vento – l’unico che sulla montagna svolga una funzione di pulizia – evidentemente non riesce a strappare e disperdere nelle immensità dell’Himalaya. I ramponi e lo zaino che si impigliano, insieme alle dita doloranti e intorpidite, portano molti, a 8.650 metri, a un crollo nervoso e a tornare indietro. Qui, quasi cento anni fa, cedette anche uno dei più grandi, ricordato da una targa commemorativa all’ingresso del campo base, il signor Mallory, del quale ancora oggi non si sa con certezza se sia stato il primo a toccare i piedi degli dei. Il suo corpo, levigato dai venti, insieme ai resti di un’attrezzatura incomparabilmente più semplice di quella odierna, giace qualche decina di metri più in basso. Evidentemente, sulla via del ritorno, cercò di evitare la difficoltà del Second Step, ma non gli andò bene. Gli fanno compagnia coloro che da allora cercano di imitarlo, seguendo le sue orme lungo la cresta nord dell’Everest, meno popolare, tecnicamente più difficile e soprattutto capace di esporre l’alpinista all’altitudine sopra gli 8.000 metri per più tempo rispetto al versante nepalese, e che giustamente chiamiamo Zona della Morte. I materiali riflettenti sugli abiti dei morti sulla cresta o subito sotto di essa restituiscono più volte all’alpinista la luce spaventata delle lampade e ricordano che nulla è eterno, tranne il desiderio di raggiungere la vetta. Più di trecento alpinisti pietrificati e congelati sussurrano qui, nel punto più alto del pianeta, storie che conosciamo bene, di un desiderio inarrestabile e troppo potente che annebbia la mente. Dopo alcune ore svuotai la prima bombola, probabilmente la lasciai per sempre sotto una roccia sulla cresta e aprii una bombola nuova a quattro litri al minuto. Il Third Step è più facile dei primi due, ma non lascia senza ricordi. Mi avvicinavo all’obiettivo, poco dopo le quattro del mattino ora cinese; era ancora buio ed ero più forte di quanto avessi osato sperare la sera prima della mattina più alta della mia vita. Mi voltai e in lontananza, sulla cresta, vidi le lampade frontali di Mark e del capo, che nonostante tutto si era unito a noi e rischiava di perdere il contratto con la società madre per aver ignorato l’ordine dell’ufficio. Molto più lontano e molto più in basso c’era ancora la luce di Martin, ansimante e, secondo la mia percezione esausta delle distanze, lontano un secolo. Stranamente ero quasi privo di emozioni; qui in alto il cervello non è in grado di elaborare funzioni così complesse, soltanto fatti: che ce l’avevo fatta, dopo sette lunghe settimane di solitudine, notti insonni, cibo intriso di curry, ricordi di casa bagnati di lacrime e piedi caldi, senza il sollievo di una doccia e di un gabinetto su cui potersi sedere, senza un materasso morbido, il calore del corpo di mia moglie, senza le sue battute divertenti, senza gli abbracci delle mie figlie. Mi tolsi la maschera e provai gli ultimi metri senza assistenza; funzionava, soltanto i pensieri diventavano ancora più irripetibilmente particolari, come se potessi afferrarli con le mani attorno alla testa, come se non fossi più ciò che sono; forse è davvero così, perché sto guardando il punto più alto del pianeta, segnato da una piccola bandiera rossa.
Puoi leggere di più su questa spedizione all’Everest su https://www.adventurepeaks.com/trip-report-everest-2017/
Il 2 aprile, in maniche corte e dopo inevitabili complicazioni burocratiche all’aeroporto di Venezia per il bagaglio troppo pesante, ho salutato per due mesi mia moglie Melita e le nostre due figlie. È difficile separarsi da qualcosa che si ama, di cui ci si prende cura e per cui si vive, ma nella vita di solito non c’è altra scelta; mi accompagna però sempre il pensiero caldo, quasi familiare, del nuovo incontro che, almeno spero, sarà bello almeno quanto è difficile il distacco. A volte sembra che per tutta la vita torniamo a casa, ed è la cosa più bella, ma per poterlo fare bisogna anche partire.
Il volo via Istanbul e Delhi fino a Kathmandu fu tranquillo, con i pensieri divisi tra il saluto alla famiglia e l’atteso incontro con persone che non avevo mai conosciuto e che, tra le altre cose, avrebbero influenzato il mio stato d’animo nelle settimane successive. Lo shock culturale al primo sguardo su Kathmandu è indescrivibile. Un crogiolo di culture, religioni, nazioni, malattie e sporcizia di strada ribolle a trenta gradi di vibrazioni e di una sensazione di eternità. Dal finestrino di un furgone mezzo distrutto e con le gomme poco gonfie, inviato all’aeroporto dalla Makalu Adventures, respiravo la polvere densa che si alzava ovunque sopra la città, mescolata al profumo di fiori rosso vivo legati in una ghirlanda che un autista sdentato e chiaramente insonne mi aveva messo al collo già all’aeroporto. L’ospitalità orientale mi attendeva in un piccolo albergo nella vecchia Kathmandu, nel quartiere chiamato Thamal. Qui è normale un numero eccessivo di addetti che passano tutta la giornata a contendersi le mance. Le distanze tra chi è povero per scelta e per convinzioni religiose, o povero a causa del sistema, e dall’altra parte i ricchi proprietari, politici, funzionari, trafficanti di droga… sono invalicabili da mille anni e probabilmente lo resteranno per altri mille; il modo di pensare europeo o “più avanzato” è pura utopia. Rifiutai il diffusissimo “welcome drink”, perché non volevo avvelenarmi già il primo giorno con qualche esotismo batterico; ormai i padroni di casa non si offendono più, essendosi abituati ai mollaccioni di un altro mondo. Poco dopo incontrai il capo della spedizione, un “iron man” alto 170 cm e pesante 65 chilogrammi, che a quarantasette anni consuma diligentemente gli incisivi stringendoli durante allenamenti disumani che svolge a Dubai, sebbene sia un tipico inglese che si è semplicemente stancato del brutto tempo. Poco dopo arrivarono sudati anche Martin e Mark e solo verso sera Tony: quindi l’intera squadra, tutti con esperienze simili nel viaggio fino al Nepal e con un solo desiderio: “andiamo sull’Everest”. Il capo mi assegnò come compagno di stanza Martin, un americano alto, il più giovane della squadra, per il quale le magliette sembravano non essere mai abbastanza grandi e la cui acconciatura tradiva un passato militare. Al poveretto anche il letto era troppo piccolo, e quello non sembrava certo essere l’unico problema, perché riempiva diligentemente il suo vocabolario con il ripetuto “fuck” e con tutte le possibili varianti sintattiche sul tema. Anche Mark e Tony furono messi insieme. Il primo è un avventuriero esperto che, fino al giorno di questa nuova avventura scelta, aveva già corso più volte attraverso l’Alaska, attraversato la Groenlandia e percorso a piedi anche il Sahara; molto ordinato, eccessivamente dimagrito e, almeno a prima vista, un britannico molto ragionevole e responsabile. Il secondo è proprietario di un’impresa di pompe funebri, quarantottenne un po’ meno muscoloso, con già esperienza d’alta quota sulle vette himalayane, molto ricco e piacevole ma con cattive abitudini igieniche, perché secondo lui in spedizioni del genere non ha senso cambiarsi o lavarsi, dato che alla fine nessuno ti guarda; mi sembrò una deformazione professionale del tutto comprensibile.
Dopo due giorni di adattamento al nuovo ambiente, escursioni gastronomiche nella capitale e acquisti nei negozi meglio forniti che avessi mai visto, partimmo per acclimatarci nella parte nepalese dell’Himalaya, nel villaggio di Manang, punto di partenza per le escursioni nell’area dell’Annapurna. Per dirla in modo moderato, il viaggio fu epico e nessuno della squadra se lo aspettava. Per due giorni interi, più di quarantotto ore, soffrimmo su fuoristrada di produzione indiana, senza sospensioni percepibili né ventilazione e con innumerevoli guasti, per percorrere 120 chilometri di strada sterrata. Le strade sono interrotte da frane, alberi caduti, capre e yak morti, e da cascate alte decine di metri, le uniche a lavare i nostri veicoli e a inzuppare i mucchi di attrezzatura sui portapacchi aperti, ulteriormente riempiti da viaggiatori locali rimasti a piedi, che saltavano semplicemente sull’auto in movimento approfittando della versione nepalese di GoOpti. Glutei spellati e colonne doloranti, sedili vomitati e polmoni pieni di polvere stradale “da tetano” furono un piccolo aspetto negativo rispetto all’esperienza, ai panorami indimenticabili dei primi ottomila, agli abitanti rimasti come intrappolati nell’età della pietra e al cibo primordiale cucinato su focolari vecchi di mille anni. Manang ci ospitò per dieci indimenticabili giorni di primavera. Ogni giorno salivamo un po’ più in alto, infine fino a poco meno di seimila metri, sotto Pisang, di fronte all’Annapurna II, sopra l’ampia valle che fa parte del Parco Nazionale dell’Annapurna e dove mi rubarono i nuovi e costosi pantaloni da trekking. Imparammo le basi del buddismo, superammo le prime infezioni intestinali e ascoltammo le incredibili storie degli abitanti, che probabilmente raccontano da un secolo: chi potrebbe biasimarli, visto che per otto lunghi mesi invernali sono isolati dal mondo dalla strada innevata e impraticabile e sono sicuramente tra le persone più sole del pianeta. A far loro compagnia, salvo nella breve stagione estiva dell’alpinismo, sono gli animali domestici, che non di rado svernano negli stessi ambienti dei proprietari. Nessuno era felice del viaggio di ritorno a Kathmandu, durante il quale, per inciso, perdemmo anche la ruota posteriore destra e poi aspettammo dieci ore un veicolo “nuovo”.
Dopo due giorni di riposo partimmo da Kathmandu verso Lhasa, attraversando l’Himalaya e vedendo per la prima volta, anche se da lontano, l’Everest, illuminato dal sole, ornato da alcune nubi cumuliformi e dalla sua caratteristica bandiera di vento, perché in aprile forti correnti d’aria continuano a imperversare sulla montagna rendendo impossibile l’accesso. I passeggeri si tolsero le cuffie, le conversazioni si spensero e l’aereo si inclinò verso destra, perché tutti si erano ammassati sul lato rivolto verso la Dea Madre della Terra, “Chomolungma”. Il paesaggio sotto di noi cambiò rapidamente da verde e relativamente ben popolato a brullo, coperto soltanto da erba rada, tagliato da fiumi impetuosi e disabitato. Stavamo infatti per atterrare in Tibet, sul tetto del mondo.
Lhasa, capitale di due milioni di abitanti, non ci sorprese con il mal di montagna come accade alla maggior parte dei turisti, poiché eravamo già ben acclimatati, bensì con la pulizia, l’ordine quasi militare, le ottime strade larghe e lisce, la videosorveglianza costante e la splendida immagine notturna della città vecchia. Avevamo a disposizione due notti e tre giorni, più che sufficienti per visitare il Potala, palazzo del Dalai Lama in esilio, assaggiare il cibo locale, che sorprendentemente ci lasciò senza disturbi digestivi ma con la mucosa orale bruciata, visitare migliaia di negozi pieni di originali contraffazioni cinesi dei marchi più costosi del mondo e godere della vecchia Lhasa, colma dei misteriosi profumi degli incensi di preghiera e dei suoni mormoranti di preghiere millenarie.
Ci attendeva un lungo viaggio fino al campo base, lungo una strada ben asfaltata, la celebre Friendship Highway che collega Lhasa e Kathmandu, concepita già ai tempi delle Vie della Seta, quando questa parte del mondo era cruciale per il commercio tra le regioni più sviluppate: la Cina da una parte, l’India e il Medio Oriente dall’altra; quando i cavalli più costosi del mondo provenivano dal Tibet occidentale e i cammelli più preziosi dal Gobi potevano camminare trenta giorni senza acqua né cibo attraverso gli ostacoli inimmaginabili dell’Himalaya e del Karakorum; quando la seta era una valuta e il mondo non era ancora corrotto come oggi, quando le guerre e il destino dei popoli sono decisi da alte cifre immaginarie sui terminali bancari dell’America e della Svizzera. Guardando la nuovissima ferrovia che accompagna la strada e raggiunge passi oltre i cinquemila metri, nella quale sono stati investiti diverse decine di miliardi di dollari statunitensi, naturalmente cinesi, ebbi la sensazione che gli ultimi cinquant’anni fossero stati soltanto un breve e triste periodo comunista nella storia plurimillenaria della Cina, una storia che insegna che la Cina si rialzerà e riconquisterà l’antico brillante prestigio di prima e più sviluppata.
Durante il percorso pernottammo a Shigatse, la seconda città più grande del Tibet, e poi nella molto più piccola e trascurata Tingri. Dopo quattro giorni arrivammo al campo base; io un po’ dopo il gruppo, perché dal passo più alto, a 5.200 metri, dovetti tornare a Tingri, dove si trova un ospedale per il mal di montagna. Avevamo infatti avuto un incidente stradale a poco più di cinquemila metri di quota. L’autista svenne per la mancanza di ossigeno e uscì di strada, fortunatamente dalla parte giusta. Mi offrii di accompagnarlo indietro per ricevere assistenza ospedaliera e arrivai quindi al campo base dodici ore più tardi, ma in cambio ebbi un passaggio su un veicolo militare e il rispetto del personale militare, che per pura noia mi accompagnò volentieri fino al campo base con una Mercedes d’emergenza illuminata dai lampeggianti.
I suoni delle cerniere delle tende e dei sacchi a pelo, i colpi di tosse per l’aria secca, il profumo del primo caffè e il sole che improvvisamente scaldò l’interno della tenda: “Eccoci”. Per ciascuno della squadra, la prima mattina al campo base curò beneficamente i pensieri notturni di nostalgia di casa, e poi: “Oh my God, fuck me, Thomas, wake up Thomas…”, le parole del mio compagno di stanza Martin quando, con gli occhi socchiusi, si girò per la prima volta verso la parete magnificamente illuminata del nostro obiettivo. La prima Puja, o preghiera con gli Sherpa, ci sorprese per la sua calma e il suo mistero già subito dopo la prima colazione. Benedissero la nostra attrezzatura; senza questo rito gli Sherpa rifiutano di collaborare. Nel vento freddo, durante la preghiera del Lama, portato appositamente da Lhasa per l’evento, lanciammo chicchi di riso e, a un solo passo dal Nirvana, per un momento ci trasferimmo sulla vetta dove vivono i demoni, che ascoltavano la nostra richiesta di lasciarci avvicinare.
Già il primo giorno iniziammo con facili salite di acclimatazione sulle vicine cime di seimila metri, attraversando terreni sassosi, asciutti e senza sentiero, in alcuni punti ghiacciati, accompagnati da uccelli impavidi simili a fagiani e da capre di montagna simili ai nostri mufloni. Da quasi ogni punto potevamo vedere l’Everest, il più delle volte limpido, talvolta leggermente coperto, nella luce del mattino o della sera, un po’ più o un po’ meno innevato, e costruivamo un rapporto con il più alto, con il desiderio più forte che lo spirito esploratore di un individuo possa sopportare: arrivare presto in vetta. Nell’attesa e nei desideri condivisi della squadra, nelle tende private o comuni, senza telefoni, connessioni internet, radio, cibo di casa, persone di casa, problemi quotidiani, fretta o impazienza, passarono i giorni, finché arrivò il giorno in cui ci dirigemmo per la prima volta verso l’Everest, verso il cosiddetto ABC o Campo Base Avanzato, passando per il campo intermedio o “yak shit camp”, dove per fortuna dormimmo una sola volta. Camminavamo portando soltanto l’attrezzatura personale; tutto il resto era trasportato dagli yak, piccoli bovini dal pelo lungo e incredibilmente resistenti. Una carovana di trecentocinquanta animali e diverse decine di alpinisti, sherpa, portatori, cuochi, guide, accompagnatori, operatori video… si spostò per due giorni su un ghiacciaio pieno di pinnacoli di ghiaccio appuntiti, crepacci nascosti e ruscelli. I magnifici panorami sulle cime vicine e sui laghi glaciali erano ulteriormente animati da un tempo estremamente mutevole, che in dieci minuti poteva passare da una nevicata a una calda giornata di sole e poi tornare indietro.
L’ABC, alla rispettabile quota di 6.400 metri sul livello del mare, provocò in molti i primi segni del mal di montagna. Respirazione simile a quella di un ottantenne in terapia intensiva, vomito, diarrea, mal di testa, abbattimento, perdita di appetito, congelamenti, dolori… quando diventano insopportabili fanno tornare indietro, più in basso. Qui non ci sono più curiosi che a volte invadono il campo base e fotografano gli alpinisti come se fossero la nona meraviglia del mondo; qui non si arriva senza una buona acclimatazione precedente e una volontà ferrea. Questo è il mondo che aspettavamo e che, in fondo, spaventava un po’ ciascuno di noi e faceva nascere la domanda più frequente: ne sono capace oppure no…
Il campo è relativamente ben attrezzato, in modo simile al campo base. Le tende erano già montate e anche qui ciascuno aveva la propria, cosa che a un osservatore può sembrare poco importante, ma lassù un po’ di privacy e un minimo di comodità fanno davvero bene. La tenda comune era grande, così come quella della cucina. Ci mancava il cuoco nepalese del campo base, un monaco in pensione che ci sorprendeva sempre con nuovi sapori indiani e nepalesi. Ogni mattina l’ambiente era nuovamente imbiancato, ma entro le undici il vento persistente aveva già ripulito bene il campo.
Dopo alcuni giorni seguì la salita al North Col, o Camp I. L’esperienza che avevamo aspettato tanto: per la prima volta sopra i settemila metri, per la prima volta con l’abbigliamento d’alta quota, per la prima volta così vicini alla piramide scura che sfiora quasi i nove chilometri e che per gli abitanti del luogo rappresenta una scala verso il cielo, o Kaf, un concetto comune a molte religioni del pianeta. Ci accompagnò un tempo splendido. Raggiunsi l’obiettivo eccezionalmente in fretta, primo tra i compagni. Dopo quattro ore e mezza di salita sul ghiacciaio insidioso respirai l’aria più rarefatta che avessi mai respirato fino ad allora e mi guadagnai il rispetto dei due sherpa principali, che da quel giorno mi guardarono in modo diverso e mi attribuirono il titolo di “super fit doc”. La simpatia degli sherpa è di grande importanza in questo ambiente, come si dimostrò più tardi quando il primo di loro, di nome Prba, raggiunse la vetta per la tredicesima volta insieme a me e mi fornì sostegno psicologico con la sua presenza e la sua esperienza.
Le tre settimane successive furono dedicate alle cosiddette rotazioni. Dopo ogni salita, un po’ più alta e più lunga, durante la quale dormivamo ogni volta più in alto, scendevamo di nuovo al campo base. Complessivamente percorremmo oltre cento chilometri, il cui punto più basso è più alto del Monte Bianco. Prima della salita finale avevamo accumulato oltre 20 chilometri di dislivello e migliorato il quadro ematico fino a incredibili 175–180 unità di emoglobina, spingendo il corpo ai limiti estremi della resistenza. Nonostante tutto, nel gruppo più ristretto non avemmo complicazioni da mal di montagna e non fummo costretti ad assumere prematuramente Diamox o desametasone. Tutto indicava che eravamo un gruppo eccezionalmente forte e omogeneo.
Il 12 maggio, previsioni meteorologiche piuttosto diverse, appartenenti a due ricche società di spedizioni, la russa Seven Summits e la svizzera Garry Kogel, annunciavano la prima finestra di bel tempo per il 16 maggio. Secondo il nostro programma, quello era il primo giorno destinato alla salita finale verso la vetta, mentre avevamo altri quattordici giorni di riserva nel caso in cui il tempo fosse stato troppo capriccioso. Eravamo all’ABC quando Martin arrivò ansimando alla mia tenda: “Tomas, boss is calling us…”. La decisione era presa: andiamo in vetta. L’entusiasmo era impossibile da nascondere. L’attrezzatura già controllata mille volte, bombole, regolatori, cibo, batterie di riserva, lampade, videocamere, telefoni, thermos, piccozze, ramponi… tutto tintinnava nelle tende con quella melodia così familiare di azione, attesa e tensione: andiamo, andiamo, andiamo…
Primo giorno fino al North Col. A causa del peso dell’attrezzatura salivo più lentamente di tutti; inoltre cercavo di risparmiarmi per la fine, perché lassù sopra gli 8.300 metri, dove fino a quel momento ero andato soltanto con il pensiero, a quanto pare sarebbe stata dura. Raggiunsi il Camp I verso le sei di sera e iniziai le normali procedure per restare in vita: sciogliere neve, cucinare una zuppa, mangiare senza particolare entusiasmo, urinare in una bottiglia graduata e anche andare di corpo è una necessità, cosa che sembra semplice ma non lo è. Durante la notte al North Col mi tolsi gli scarponi per l’ultima volta per far respirare i piedi; cambiare la biancheria intima tanto non ha alcun senso.
Una splendida mattina gelida scacciò la notte insonne; la luce e i raggi del sole risvegliano sempre una nuova speranza e la volontà di sorseggiare l’ossigeno rarefatto, che di notte in molti si spegne. Così si addormentò per sempre anche il nostro amico Frank, un australiano che, nonostante la magnificenza del suo paese e la grandiosità della barriera corallina, cercava l’avventura come guida su questa fredda montagna. Che rimanga qui, decidemmo; avremmo portato anche il suo karma verso la vetta. Alle nove del mattino iniziammo a salire verso il Camp II, obiettivo del secondo giorno a 7.900 metri. Decisi di non iniziare ancora a consumare ossigeno supplementare, ma portai comunque una bombola più in alto, anche se lassù me ne aspettavano altre due, quelle che gli sherpa avevano consegnato dieci giorni prima. Impiegai quasi dieci ore per poco più di ottocento metri di dislivello e, a dire il vero, con tutto quel peso sulla schiena non fu facile. Le corde fisse facilitarono molto il lavoro e mi proteggevano anche dalle forti raffiche di vento che a tratti cercavano di staccarmi dalla superficie ghiacciata.
Il Camp II significa il doppio dei problemi del Camp I, almeno questo mi attraversò la mente mentre mi infilavo nella tenda, che si reggeva a malapena su un terreno irregolare e del tutto inadatto. Le vedute serali verso il Cho Oyu, il nostro vicino alto 8.300 metri, e verso la vetta sempre più vicina erano divine; riscaldavano l’anima, cosa utile perché qui era molto più difficile sciogliere l’acqua che più in basso. Ci attendeva una notte troppo lunga: il tremore della tenda, i dolori in tutto il corpo che non riesce a riposare sulle rocce appuntite, le conversazioni faticose, in cui ogni parola è interrotta da un respiro pesante. Iniziai ad assumere una dose preventiva di desametasone: ora o mai più; domani sera andiamo in vetta.
La mattina del 15 maggio era leggermente nuvolosa; dalla coperta color crema spuntavano soltanto gli ottomila, mentre sopra di noi il cielo era limpido, quasi nero, e si sarebbe potuto dire che vedevo le stelle in pieno giorno. Ci aspettava la zona della morte, il mondo sopra gli ottomila metri; preparai il regolatore dell’ossigeno e la bombola. Sapevo di dover eseguire il compito il più rapidamente possibile, senza esitazioni e con un piano preparato in anticipo, compreso quello di riserva nel caso in cui qualcosa non fosse andato bene, perché a questa quota nessuno è in grado di prendere decisioni razionali. Il pendio verso il Camp III ha un’inclinazione di circa cinquanta gradi, è prevalentemente roccioso e in alcuni punti ghiacciato. Sul versante nord, salendo di quota, la neve diminuisce sempre più, perché nulla resiste ai venti da uragano. I quattrocento metri di dislivello fino al Camp III mi portarono via molta forza, soprattutto perché il vento si calmò quasi del tutto e all’interno della tuta in piuma d’alta quota diventò piuttosto caldo. Mi concessi due litri di ossigeno al minuto, quantità con cui una bombola basta per otto ore di cammino. I pensieri diventavano sempre più ottusi, gli slanci emotivi che sarebbero stati normali con i panorami offerti nella valle diventavano sempre più rari; il cervello comincia lentamente a morire.
Alle due del pomeriggio raggiunsi insieme al capo il Camp III a 8.300 metri; gli altri erano molto indietro. Il piccolo uomo d’acciaio mostrò la sua vera forza e capii che cosa significano esperienza, scelta del momento giusto e prudenza. Il capo è il capo, e per un motivo. Ordinò riposo fino alle nove di sera, poi salita notturna alla vetta. Due ore dopo di noi arrivarono anche Martin e Mark. Il primo era visibilmente esausto, per nulla militare, ansimava con una frequenza respiratoria da coniglio e, nelle pause tra un respiro e l’altro, cercava di farmi capire a parole isolate che aveva bisogno di una bombola di ossigeno in più. Mark invece, tranquillo come sempre, si lasciò cadere davanti alla tenda con un britannico e leggermente arrossato “hello” e, con un sorriso congelato, fece capire che sarebbe andato tutto bene.
Prba si avvicinò lentamente alla tenda, non più così elastico da sherpa né così vistosamente instancabile nel respiro come al solito, e mi comunicò la notizia sconvolgente: il “boss” aveva ricevuto dall’ufficio inglese il triste ordine secondo cui la finestra di bel tempo non sarebbe durata fino a metà del giorno successivo e, a causa dei venti da uragano previsti, avremmo dovuto tornare a valle. Quello che avrebbe potuto essere uno scherzo non male fu rovinato dallo sguardo molto serio, quasi in lacrime, di un uomo che probabilmente non aveva mai pianto in vita sua. Eravamo sconvolti e trattenemmo quel respiro d’aria celeste già fin troppo raro. Ancora oggi non so come abbia osato contraddire il capo e semplicemente rantolare che io sarei andato in vetta e gli altri potevano fare come volevano. Come sempre quando ho un grosso problema, anche questa volta mi rivolsi a mia moglie Melita, che durante tutta la salita, davanti al computer di casa, aveva seguito attentamente i nostri movimenti resi visibili dalla tecnologia moderna e anche il tempo, quella variabile capricciosa che su questa montagna decide sempre il destino delle persone. Capì subito la nostra difficoltà e, nonostante la differenza di fuso orario, chiamò uno specialista americano di previsioni meteorologiche per l’area dell’Everest, il quale, per grazia di Dio e naturalmente dietro un compenso salato, fornì una previsione secondo cui i venti sarebbero arrivati circa otto ore più tardi rispetto alla previsione inglese. Comunicai al capo la notizia e la conseguente decisione ferma che, indipendentemente dalle conseguenze legali o di altro tipo, sarei partito per la vetta; in silenzio sapevo che rispettava la mia volontà e si fidava di me. Spensi la radio e tagliai il cordone ombelicale: “ora sono solo”. I pensieri lenti cominciarono gradualmente a ordinarsi; il comportamento robotico che per sette settimane ciascuno di noi aveva provato nella propria mente acquistò il suo vero significato. Si attivò il protocollo: preparare lo zaino, sciogliere la neve, controllare i regolatori dell’ossigeno, pesare le bombole, idratarsi, urinare, sistemare i pannelli solari e fare l’ultima ricarica delle batterie della videocamera e del telefono, ingoiare compresse e, infine, controllare ancora una volta la fotografia della famiglia, stropicciata per settimane nella tasca più sicura della tuta d’alta quota; l’avrei lasciata sulla vetta. Registrai un ultimo video e con quello salutai la famiglia. Soltanto una leggera brezza da ovest, che portava il profumo di casa, faceva tremare dolcemente il nostro ultimo riparo. Sentivo il sole al tramonto sulle strette strisce del viso non coperte dagli occhiali o dalla maschera dell’ossigeno. Anche Martin e Mark decisero di unirsi a me nonostante l’opposizione del capo. Alle nove di sera i compagni, che avevano percepito la mia ossessione e determinazione, la fiducia nelle informazioni meteorologiche di Melita e il karma che ci univa, capirono che ero pronto. Non parlammo molto, finché Mark, estremamente taciturno, decise: “Let’s see where demons live…” Poco dopo, già nel buio totale, raggiungemmo il First Step, una parete di dieci metri abbastanza verticale attraversata da una corda fissa. Aprii completamente il regolatore dell’ossigeno. Il lavoro delle braccia e la tensione di tutto il corpo consumano molto più ossigeno del semplice camminare in salita. I compagni rimasero un po’ indietro. Seguii una cresta stretta che, nel forte chiarore lunare, sembrava un sentiero sottile; tutto il resto era oscurità nera. Spensi la lampada frontale, forse si poteva fare anche senza. Per qualche istante gli occhi si disabituarono dal fascio stretto e abbagliante che mi mostrava la posizione delle corde fisse. Sopra di me si aprì una sabbiera delle stelle più luminose, la galassia chiaramente visibile, come se stessi davvero camminando verso il cielo. Trattenni il respiro e compresi che cosa fosse il silenzio. Non ricordo più ogni passo e ogni panorama; probabilmente l’ipossia cancella alcuni dati, ma il Second Step, o la cosiddetta scala cinese, non si può dimenticare. Attraverso tre tratti consecutivi rocciosi, ghiacciati e piuttosto ripidi si intreccia un fascio di corde irrigidite, appartenenti a quasi tutte le spedizioni passate, che il vento – l’unico che sulla montagna svolga una funzione di pulizia – evidentemente non riesce a strappare e disperdere nelle immensità dell’Himalaya. I ramponi e lo zaino che si impigliano, insieme alle dita doloranti e intorpidite, portano molti, a 8.650 metri, a un crollo nervoso e a tornare indietro. Qui, quasi cento anni fa, cedette anche uno dei più grandi, ricordato da una targa commemorativa all’ingresso del campo base, il signor Mallory, del quale ancora oggi non si sa con certezza se sia stato il primo a toccare i piedi degli dei. Il suo corpo, levigato dai venti, insieme ai resti di un’attrezzatura incomparabilmente più semplice di quella odierna, giace qualche decina di metri più in basso. Evidentemente, sulla via del ritorno, cercò di evitare la difficoltà del Second Step, ma non gli andò bene. Gli fanno compagnia coloro che da allora cercano di imitarlo, seguendo le sue orme lungo la cresta nord dell’Everest, meno popolare, tecnicamente più difficile e soprattutto capace di esporre l’alpinista all’altitudine sopra gli 8.000 metri per più tempo rispetto al versante nepalese, e che giustamente chiamiamo Zona della Morte. I materiali riflettenti sugli abiti dei morti sulla cresta o subito sotto di essa restituiscono più volte all’alpinista la luce spaventata delle lampade e ricordano che nulla è eterno, tranne il desiderio di raggiungere la vetta. Più di trecento alpinisti pietrificati e congelati sussurrano qui, nel punto più alto del pianeta, storie che conosciamo bene, di un desiderio inarrestabile e troppo potente che annebbia la mente. Dopo alcune ore svuotai la prima bombola, probabilmente la lasciai per sempre sotto una roccia sulla cresta e aprii una bombola nuova a quattro litri al minuto. Il Third Step è più facile dei primi due, ma non lascia senza ricordi. Mi avvicinavo all’obiettivo, poco dopo le quattro del mattino ora cinese; era ancora buio ed ero più forte di quanto avessi osato sperare la sera prima della mattina più alta della mia vita. Mi voltai e in lontananza, sulla cresta, vidi le lampade frontali di Mark e del capo, che nonostante tutto si era unito a noi e rischiava di perdere il contratto con la società madre per aver ignorato l’ordine dell’ufficio. Molto più lontano e molto più in basso c’era ancora la luce di Martin, ansimante e, secondo la mia percezione esausta delle distanze, lontano un secolo. Stranamente ero quasi privo di emozioni; qui in alto il cervello non è in grado di elaborare funzioni così complesse, soltanto fatti: che ce l’avevo fatta, dopo sette lunghe settimane di solitudine, notti insonni, cibo intriso di curry, ricordi di casa bagnati di lacrime e piedi caldi, senza il sollievo di una doccia e di un gabinetto su cui potersi sedere, senza un materasso morbido, il calore del corpo di mia moglie, senza le sue battute divertenti, senza gli abbracci delle mie figlie. Mi tolsi la maschera e provai gli ultimi metri senza assistenza; funzionava, soltanto i pensieri diventavano ancora più irripetibilmente particolari, come se potessi afferrarli con le mani attorno alla testa, come se non fossi più ciò che sono; forse è davvero così, perché sto guardando il punto più alto del pianeta, segnato da una piccola bandiera rossa.
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